Una mattina d’estate
È una mattina di inizio estate. Una di quelle mattine dolci come possono esserlo solo quando sei ragazzo, sono iniziate le vacanze scolastiche e puoi stare a letto più a lungo. Il sole filtra dalle persiane, mio fratello Alessio dorme ancora nel letto gemello al mio, quello con i cassettoni sulla testata per farci stare il cuscino. Ci separa il comodino su cui c’è la radiosveglia bianca: i led rossi indicano che sono passate le 7:20, ma la radio non si è ancora accesa, come invece succedeva ai tempi della scuola.
Mi hanno svegliato delle voci, tra queste quella di mio papà, che però a quell’ora dovrebbe essere già a seguire le colazioni all’hotel Tritone. Forse anche la voce di mia zia Wanda, che dovrebbe alzare le serrande del suo salone di parrucchiera a Monteortone. C’è qualcosa di strano in tutto questo, qualcosa non torna.
Qualcuno passa di corsa nel vialetto che fiancheggia la nostra cameretta, ne intravedo l’ombra, ma soprattutto ne sento la voce rotta dal pianto. È Franca, una delle aiutanti di mia zia, la più giovane e carina, quella che mi lava i capelli quando vado a farmeli tagliare da loro. Ho compiuto 13 anni da un mese, presto dovrò decidermi ad andare dal barbiere.
«Cosa è successo?» chiede Franca agli altri, che intuisco riuniti fuori, davanti alla porta che dà sul retro e che deve essere aperta - altrimenti non sentirei le loro voci con quella della camera ancora accostata. Capisco che è successo qualcosa di grave.
È il 7 luglio 1975, come avrei saputo per sempre.
Penso subito a mia nonna Giulia, rimasta vedova giovane con cinque figli. Dopo un po’, nostra mamma Ilona entra nella stanza, tira su la persiana, mio fratello si stiracchia. Ripeto a lei la stessa domanda di Franca. Lei mi abbraccia e mi porge un bicchiere con quella che sembra un po’ d’acqua e mi dice: «Bevi questo».
«Cosa è successo?» le chiedo ancora.
«Ruggero…» sussurra, «un incidente», e non ce la fa più: scoppia a piangere. E io con lei.
Ruggero è mio zio, l’unico maschio oltre a mio papà Renzo. Wanda è la primogenita, le altre mie zie sono Eliana, appena più giovane di mio papà, e Annalisa, che ha solo sei anni più di me ed è quasi una cugina. Ruggero è il penultimo dei cinque, ma anche quello a cui sono più affezionato.
Nell'ultimo periodo non avevamo avuto molto tempo per allenarci. Sì, perché Ruggero, che era stato uno degli atleti di punta della VIS Abano, mezzofondista, mi portava con sé sulla pista di atletica dello stadio di Monteortone, la stessa che aveva solcato per anni su distanze come i 1000 metri, i 2000, i 1500 siepi.
Ci allenavamo allo stadio o, quando era chiuso, nel quartiere Pescarini, dove non c’erano ancora le case ma solo strade e lampioni: il posto ideale per correre indisturbati d’inverno, quando il fiato si confondeva con la nebbia e il vapore caldo dei canali di scolo delle acque termali. Ci preparavamo per le mezze maratone e le 20 chilometri che si tenevano nei dintorni, sui Colli Euganei o a Maserà, dove una volta avevo preso anche una medaglia ricordo.
Esco. Mio padre sta raccontando cosa è successo. Ruggero era alla guida della sua Simca 1100 azzurro cobalto metallizzato; a fianco a lui, il suo amico e compagno di atletica G.S. Quella notte, nella curva di San Daniele, deve avere perso il controllo e la macchina è finita rovesciata nel canale. Sono morti entrambi per embolia, i soccorsi non sono arrivati in tempo.
Mio papa’ Renzo racconta con un dolore composto, che gli è sempre appartenuto, lui che aveva già conosciuto la perdita del padre Luigi, mio nonno, maestro di scuola, morto giovane mentre riponeva dei libri in soffitta. Così, ora, mio padre è a capo di due famiglie: quella d’origine e quella da sposato, padre-ragazzo di due figli. E sta dicendo che Ruggero non c’è più.
Due giovani di 26 anni non ci sono più.
Il funerale viene celebrato qualche giorno dopo, nel cinema del patronato consacrato, perché il Santuario è in restauro. Don Antonio celebra le esequie, c’è tanta gente. Ruggero era conosciuto non solo per la sua attività sportiva, ma anche per i suoi lavori, prima come trimestrale in Comune ad Abano e poi alla SIP: era perito elettrotecnico.
Non riesco ad ascoltare l’omelia. Mi passano per la mente tutti i ricordi delle giornate trascorse con Ruggero. I suoi libri – La Nausea di Jean-Paul Sartre, Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche – i suoi manuali di elettronica. I quadri che dipingeva sui materiali più diversi: su tela, su legno, con colori a olio o ad acquarello – cavalli al pascolo al chiaro di luna, una versione naïf dei Colli Euganei, un albero colpito da un fulmine durante un temporale, degli astronauti che galleggiano nello spazio, il profilo di una città lungo il fiume con le scritte sulle case – ma anche composizioni astratte con lo stagno fuso fatto colare su fondali blu e grigi, quasi delle stelle o comete. Anche un quadro, donato a mia mamma, che raffigura il castello dei miei bisnonni materni, Schloß Dehrn, in Germania.
Per mia mamma Ruggero nutriva un sincero e fraterno affetto, da lei ricambiato. Aveva forse intuito che per lei non doveva essere stato facile vivere lì, senza nessuno della sua famiglia d’origine vicino, con due bambini e mio padre spesso via per lavoro, circondata da persone di lingua e mentalità allora molto diverse da come era cresciuta.
Una volta Ruggero ci aveva persino presentato una ‘morosa’, Charlotte, anche lei tedesca, credo di Monaco, molto timida, con dei grandi occhiali. Non durò a lungo, credo fosse più l’idea di avere anche lui, come suo fratello maggiore, una compagna tedesca.
Da noi era venuto a mangiare a pranzo qualche settimana prima, perché mia nonna Giulia era in montagna a Fiera di Primiero. Ruggero era rimasto ammirato di come mia mamma, tedesca, avesse imparato a fare così bene la pasta al ragù.
Ruggero non c’è più. Di lui mi sono rimasti, per qualche anno, un orologio senza cinturino e un pezzo di vernice metallizzata color cobalto della sua auto che conservavo in un portafoglio come una reliquia.
Ogni tanto guardo la sua foto. Gli assomiglio, o meglio, gli assomigliavo a 26 anni. Ma mentre per me, più giovane di oltre un decennio, gli anni sono passati, lui è rimasto quello di allora e lo immagino correre su una pista di atletica o mentre dipinge un quadro.