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sabato 26 luglio 2025

Ruggero

 Una mattina d’estate 

È una mattina di inizio estate. Una di quelle mattine dolci come possono esserlo solo quando sei ragazzo, sono iniziate le vacanze scolastiche e puoi stare a letto più a lungo. Il sole filtra dalle persiane, mio fratello Alessio dorme ancora nel letto gemello al mio, quello con i cassettoni sulla testata per farci stare il cuscino. Ci separa il comodino su cui c’è la radiosveglia bianca: i led rossi indicano che sono passate le 7:20, ma la radio non si è ancora accesa, come invece succedeva ai tempi della scuola. 

Mi hanno svegliato delle voci, tra queste quella di mio papà, che però a quell’ora dovrebbe essere già a seguire le colazioni all’hotel Tritone. Forse anche la voce di mia zia Wanda, che dovrebbe alzare le serrande del suo salone di parrucchiera a Monteortone. C’è qualcosa di strano in tutto questo, qualcosa non torna. 

Qualcuno passa di corsa nel vialetto che fiancheggia la nostra cameretta, ne intravedo l’ombra, ma soprattutto ne sento la voce rotta dal pianto. È Franca, una delle aiutanti di mia zia, la più giovane e carina, quella che mi lava i capelli quando vado a farmeli tagliare da loro. Ho compiuto 13 anni da un mese, presto dovrò decidermi ad andare dal barbiere. 

«Cosa è successochiede Franca agli altri, che intuisco riuniti fuori, davanti alla porta che sul retro e che deve essere aperta - altrimenti non sentirei le loro voci con quella della camera ancora accostata. Capisco che è successo qualcosa di grave. 

È il 7 luglio 1975, come avrei saputo per sempre. 

Penso subito a mia nonna Giulia, rimasta vedova giovane con cinque figli. Dopo un po’, nostra mamma Ilona entra nella stanza, tira su la persiana, mio fratello si stiracchia. Ripeto a lei la stessa domanda di Franca. Lei mi abbraccia e mi porge un bicchiere con quella che sembra un po’ d’acqua e mi dice: «Bevi questo». 

«Cosa è successo?» le chiedo ancora. 

«Ruggero…» sussurra, «un incidente», e non ce la fa più: scoppia a piangere. E io con lei. 

Ruggero è mio zio, l’unico maschio  oltre a mio papà Renzo. Wanda è la primogenita, le altre mie zie sono Eliana, appena più giovane di mio papà, e Annalisa, che ha solo sei anni più di me ed è quasi una cugina. Ruggero è il penultimo dei cinque, ma anche quello a cui sono più affezionato. 

Nell'ultimo periodo non avevamo avuto molto tempo per allenarci. Sì, perché Ruggero, che era stato uno degli atleti di punta della VIS Abano, mezzofondista, mi portava con sé sulla pista di atletica dello stadio di Monteortone, la stessa che aveva solcato per anni su distanze come i 1000 metri, i 2000, i 1500 siepi. 

Ci allenavamo allo stadio o, quando era chiuso, nel quartiere Pescarini, dove non c’erano ancora le case ma solo strade e lampioni: il posto ideale per correre indisturbati d’inverno, quando il fiato si confondeva con la nebbia e il vapore caldo dei canali di scolo delle acque termali. Ci preparavamo per le mezze maratone e le 20 chilometri che si tenevano nei dintorni, sui Colli Euganei o a Maserà, dove una volta avevo preso anche una medaglia ricordo. 

Esco. Mio padre sta raccontando cosa è successo. Ruggero era alla guida della sua Simca 1100 azzurro cobalto metallizzato; a fianco a lui, il suo amico e compagno di atletica G.S. Quella notte, nella curva di San Daniele, deve avere perso il controllo e la macchina è finita rovesciata nel canale. Sono morti entrambi per embolia, i soccorsi non sono arrivati in tempo. 

Mio papa’ Renzo racconta con un dolore composto, che gli è sempre appartenuto, lui che aveva già conosciuto la perdita del padre Luigi, mio nonno, maestro di scuola, morto giovane mentre riponeva dei libri in soffitta. Così, ora, mio padre è a capo di due famiglie: quella d’origine e quella da sposato, padre-ragazzo di due figli. E sta dicendo che Ruggero non c’è più. 

Due giovani di 26 anni non ci sono più. 

Il funerale viene celebrato qualche giorno dopo, nel cinema del patronato consacrato, perché il Santuario è in restauro. Don Antonio celebra le esequie, c’è tanta gente. Ruggero era conosciuto non solo per la sua attività sportiva, ma anche per i suoi lavori, prima come trimestrale in Comune ad Abano e poi alla SIP: era perito elettrotecnico. 

Non riesco ad ascoltare l’omelia. Mi passano per la mente tutti i ricordi delle giornate trascorse con Ruggero. I suoi libri – La Nausea di Jean-Paul Sartre, Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche – i suoi manuali di elettronica. I quadri che dipingeva sui materiali più diversi: su tela, su legno, con colori a olio o ad acquarellocavalli al pascolo al chiaro di luna, una versione naïf dei Colli Euganei, un albero colpito da un fulmine durante un temporale, degli astronauti che galleggiano nello spazio, il profilo di una città lungo il fiume con le scritte sulle case – ma anche composizioni astratte con lo stagno fuso fatto colare su fondali blu e grigi, quasi delle stelle o comete. Anche un quadro, donato a mia mamma, che raffigura il castello dei miei bisnonni materni, Schloß Dehrn, in Germania. 

Per mia mamma Ruggero nutriva un sincero e fraterno affetto, da lei ricambiato. Aveva forse intuito che per lei non doveva essere stato facile vivere , senza nessuno della sua famiglia d’origine vicino, con due bambini e mio padre spesso via per lavoro, circondata da persone di lingua e mentalità allora molto diverse da come era cresciuta. 

Una volta Ruggero ci aveva persino presentato una morosa, Charlotte, anche lei tedesca, credo di Monaco, molto timida, con dei grandi occhiali. Non durò a lungo, credo fosse più l’idea di avere anche lui, come suo fratello maggiore, una compagna tedesca. 

Da noi era venuto a mangiare a pranzo qualche settimana prima, perché mia nonna Giulia era in montagna a Fiera di Primiero. Ruggero era rimasto ammirato di come mia mamma, tedesca, avesse imparato a fare così bene la pasta al ragù. 

Ruggero non c’è più. Di lui mi sono rimasti, per qualche anno, un orologio senza cinturino e un pezzo di vernice metallizzata color cobalto della sua auto che conservavo in un portafoglio come una reliquia. 

Ogni tanto guardo la sua foto. Gli assomiglio, o meglio, gli assomigliavo a 26 anni. Ma mentre per me, più giovane di oltre un decennio, gli anni sono passati, lui è rimasto quello di allora e lo immagino correre su una pista di atletica o mentre dipinge un quadro. 

sabato 19 luglio 2025

Don Romeo

 

I chierichetti di don Romeo

Molti di quelli che hanno la mia età, da bambini hanno fatto il chierichetto. Tanto più se, tra gli anni Sessanta e Settanta, abitavano – come me – in un piccolo paese: Monteortone, ai piedi di uno dei Colli Euganei, da cui prende il nome.

Il simbolo di Monteortone era – ed è ancora oggi – il santuario dedicato alla Madonna della Salute. E proprio nella nicchia che ospita la fonte d’acqua termale, dove secondo la tradizione un soldato di nome Pietro Falco fu guarito dopo l’apparizione della Madonna e trovò un’immagine lignea raffigurante la Vergine con il Bambino, San Cristoforo e Sant’Antonio Abate, si andava a giocare. Tolta la tonaca, noi ragazzi cercavamo di non farci vedere dai compagni, quando – finite le prove o la messa del sabato – si giocava a nascondino. Oppure, in autunno, da dietro il santuario si salivano le pendici del colle per raccogliere i marroni.

Eravamo più di una dozzina a darci il turno per coprire tutte le messe: da quella di precetto del sabato a quella delle 7.30 della domenica mattina, da quella principale delle 8.45 a quella delle 11.15, infine quella della sera. Alla messa solenne c’erano almeno due chierichetti piccoli e due un po’ più grandi. Bisognava imparare quando suonare il campanello a tre sonagli all’offertorio, quando portare al parroco il vino e l’acqua che accompagnano l’ostia, e durante la comunione avvicinare il piattino ai comunicandi con attenzione e prontezza.

Per noi, il parroco era don Romeo. Lo adoravamo tutti: era simpatico, gentile, e solo raramente severo – magari con chi arrivava in ritardo o si distraeva durante il rito.

Le occasioni più belle erano quelle della Settimana Santa: la lavanda dei piedi (a noi chierichetti), la Via Crucis e la processione di Pasqua o del lunedì dell'Angelo. Per quegli appuntamenti ci si preparava a lungo, con prove nelle settimane precedenti. Quando si diventava più grandi, si aveva il privilegio di indossare la tonaca rossa, quasi cardinalizia, con sopra la veste bianca.

Ma essere chierichetti con don Romeo significava anche molti giochi davanti al sagrato, nel parco e nei campetti del San Marco – la casa per ferie dei salesiani a fianco del santuario – oppure in patronato. Tornando da messa verso casa ci si fermava a comprare dolcetti, i gelati alla meringa o la farina di castagne che, a volte, si gustavano nel cinema del patronato.

Ogni tanto, il foglietto che don Romeo ci faceva recapitare a casa indicava, oltre all’orario della messa assegnata, anche un turno infrasettimanale per la messa del pomeriggio.

Per tenerci uniti, don Romeo organizzava delle gite con il pullmino Volkswagen verde scuro che guidava lui stesso. Per i più grandi, in canonica, organizzava veri e propri tornei di poker a cui partecipava anche lui – ma con in palio solo caramelle e dolcetti. Insomma, eravamo tutti coinvolti.

Tant’è che, nel periodo di preparazione alla Cresima, durante le prove con mio zio Oddone – che doveva farmi da padrino – davanti a Don Romeo, in uno slancio di entusiasmo dissi che mi sarebbe piaciuto diventare prete. Come Roberto, più grande di me, che lo sarebbe diventato davvero, e che in quel periodo era il nostro capo chierichetti.

Ma era, ovviamente, l'entusiasmo di un ragazzino che con don Romeo, il più giovane don Marcello, Roberto – allora diacono – e tutti i ragazzi di Monteortone, Paolo, Antonio, Marco e molti altri, passava momenti di spensieratezza e di allegria.

Don Romeo era un prete come non ne avrei più conosciuti: tollerante, comprensivo, aperto.

Mia madre, arrivata da Berlino passando per la Svizzera, si era ritrovata in quel paesino dove – negli anni Sessanta – le donne vestivano ancora di nero. E, dovendosi convertire al cattolicesimo, aveva finalmente trovato in quel parroco una figura accogliente e comprensiva.

Un giorno, verso fine estate, in paese si sparse la voce che don Romeo se n’era andato. Anzi, si disse che era scappato con una giovane suora della scuola materna: bella e riservata allo stesso tempo.

Di don Romeo e di Gigliola, la giovane suora, si parlò a lungo a Monteortone, poi più nulla. Qualcuno raccontò che faceva il casellante in provincia di Vicenza e che aveva ottenuto la dispensa per sposarsi. All’epoca non sapevo se fosse vero o solo chiacchiera di paese. Ma in cuor mio ho sempre sperato che fosse vero. Ne ebbi conferma anni dopo, grazie a un’intervista in cui Andrea – raccontando la storia di papà Romeo e mamma Gigliola – si definiva “figlio dell’amore”.

A Monteortone, dopo un periodo di supplenza arrivò il nuovo parroco. Don Antonio, così si chiamava, provò a darsi da fare per coinvolgere i parrocchiani e anche noi chierichetti, ma il confronto con don Romeo almeno per noi ragazzi era inevitabile. Don Antonio portò me e Antonino – ormai tra i “grandi” – in gita a Dobbiaco, per coinvolgerci un po’ di più. E in effetti Antonino diventò il nuovo capo chierichetti e cominciò anche a fare le letture durante la messa.

Io invece, con don Antonio, durante una riunione litigai sui temi del divorzio e dell’aborto. E smisi di frequentare la parrocchia.

Anni dopo, a mia madre venne detto che don Antonio non era molto d’accordo che facessi da padrino alla Cresima di mio fratello, perché nel frattempo mi ero impegnato in politica. Ma alla fine si arrese alla determinazione dei miei genitori.

E così feci da padrino alla Cresima di mio fratello Alessio, proprio in quello stesso santuario dove ero cresciuto e dove, in fondo, mi sentivo ancora di casa. Ma mi mancava don Romeo. 
E un prete come lui, anche solo per chiacchierare, non l’ho più trovato.

domenica 13 luglio 2025

Addio Lady...

 

Un cane davanti alla porta

La trovammo davanti alla porta di casa la mattina di un Capodanno. Io ero ancora un bambino.
Era una bellissima femmina di pastore tedesco. In realtà, l’avevano scoperta mia mamma e mio papà qualche giorno prima, ferita – forse da un’auto – nel cortile dei Garon. Da allora avevano cominciato ad accudirla: la pulivano, le portavano da mangiare. Probabilmente, spaventata dai botti della notte di San Silvestro, era venuta a rifugiarsi davanti alla porta di chi ormai considerava amico.

La portammo in casa e continuammo a curarla. Io ero entusiasta all’idea di avere un cane e continuavo a chiedere ai miei genitori: “Possiamo tenerla? Possiamo tenerla?”.
Mio padre andò anche dai carabinieri, perché aveva una medaglietta al collo – allora non esistevano ancora i microchip. Ma non si arrivò a nulla, e Lady – così si chiamava – restò con noi.

Ci affezionammo subito. Mio papà la portava spesso a passeggio, poi anche in bicicletta, con Lady che correva al suo fianco, legata a un lungo guinzaglio.
Un pomeriggio, mentre io e Andrea stavamo litigando quasi avvinghiati per terra a bordo campo, Lady arrivò di corsa. Era lei ad annunciare la presenza di mio padre, che poco dopo rifilò ad entrambi un calcio ben assestato, mettendo fine alla nostra lotta.
Intanto Lady, incuriosita dal pallone, cominciò a rincorrerlo da un giocatore all’altro, e trasformò l’accesa partita in un gioco più leggero e allegro, tra le risate di tutti.

Si era ripresa bene Lady, anche grazie alle prelibatezze che mio papà le portava dai piatti lasciati dai clienti dell’Hotel Tritone. Ebbe anche dei cuccioli. Alcuni finirono a Fossò, a casa di mia zia Eliana, e quell’estate, quando passai qualche giorno da lei, mi capitò di ritrovarli.
Anch’io imparai a portare fuori Lady in passeggiata, anche se tirava molto in avanti, abituata com’era alle lunghe corse fatte con mio papà.

Per un periodo visse in casa. Ogni tanto mia mamma la sgridava, ma le voleva molto bene. Poi mio papà le comprò una cuccia e costruì un recinto a fianco della casa.
Purtroppo, le sorelle Rizzo – tre anziane zitelle che abitavano accanto a noi – non erano altrettanto ben disposte. Lady abbaiava spesso, soprattutto quando passava qualche macchina davanti a casa.

Non sapemmo mai con certezza come andò, né se fu una fatalità o qualcosa di voluto. Ma quando arrivò il veterinario, non c’era più nulla da fare. Lady aveva ingerito qualcosa di avvelenato – forse veleno per topi, forse un boccone gettato apposta.
Se ne andò così, all’improvviso, come all’improvviso era arrivata.

Alla sua presenza nella mia infanzia credo di dovere il mio grande affetto per i cani.
E così, da adulto, Set prima, poi Boston e Willy, e per un paio d’anni anche Clara – adottata dal canile – sono entrati nella nostra famiglia, portando anche loro affetto, calore e compagnia.

Ogni tanto ripenso a un libro letto da ragazzo, Addio Lady. Un titolo che mi riporta sempre alla memoria lei, quel bellissimo cane lupo che fu parte della nostra vita.
La nostra Lady.


domenica 6 luglio 2025

La radio valigia e altra musica

La radio valigia e altra musica 

 
La musica ha sempre giocato un ruolo importante nella mia vita. Verso la fine degli anni ’60 mio padre tornò dagli Stati Uniti, al termine di una stagione sulla nave da crociera Oceanic sulla rotta New York-Nassau, portando con sé una valigia di tessuto stampato scozzese con i bordi neri e che conteneva un vero e proprio impianto stereo portatile. Occupava tutto lo spazio e la forma della valigia; poi lo si poteva montare con quattro gambe avvitabili. Era di legno scuro, con ai lati integrate due casse rivestite di una trama color oro paglierino. Sul davanti c'era uno sportello che, una volta aperto, mostrava un bellissimo giradischi a 33 e 45 giri; il sintonizzatore della radio era posizionato sopra lo sportello, tra le due casse, e con delle manopole, credo oro-argento, si regolavano il volume, le onde lunghe e le onde medie. 
 
Insieme allo stereo, nella valigia c'erano anche dei bellissimi LP, tra cui un'edizione americana oggi rarissima di "Help" dei Beatles, una raccolta di Elvis Presley, un album di Sonny & Cher, a cui si aggiunsero presto raccolte di "Schlager" tedeschi e 45 giri di cantanti e gruppi italiani. Forse la passione per gli impianti stereo nacque allora, tanto che con i miei amici Maurizio e Fabio, poi divenuto elettrotecnico, ci costruivamo delle casse di legno e panforte, inserendo altoparlanti recuperati qua e là, con potenziometri per aumentarne la resa e collegandole a dispositivi ancora mono con cavi e spinotti punto-linea. Le casse erano rivestite di tela di jeans dalla mamma dei miei amici, per farle risultare un po' più simili a quelle che cominciavano a vedersi nei negozi e nelle riviste. In quei pomeriggi passati insieme, tra chiodi, fili e vecchi altoparlanti recuperati chissà dove, c'era il piacere di fare qualcosa con le proprie mani e poi di ascoltare il risultato, anche se imperfetto. 
 
Un Natale, io e Annalisa, mia zia quasi cugina (ci separano solo sei anni), ricevemmo entrambi un modernissimo mangiacassette della Philips e questo mi consentì di collegarli tra loro e duplicare le cassette originali dei miei amici. In particolare, con Sandro, quello che mi batteva spesso a tennis, ascoltavamo Le Orme, la Premiata Forneria Marconi e altre band di progressive rock italiano, e naturalmente Lucio Battisti: l'album "La batteria, il contrabbasso, eccetera" era il più gettonato. 
 
La passione per la musica e per la possibilità di riprodurla era tale che, con un cavetto di uscita cuffie di un piccolo televisore mono collegato al mio mangiacassette, riuscii a registrare un concerto dal vivo di Lucio Dalla al Lido di Camaiore, oggi quasi introvabile. A mio fratello Alex, per la cresima, regalarono una radio stereo con doppia cassetta e da lì in poi le duplicazioni furono infinite. E proprio sull'impianto della radio valigia, un mio compagno italo-francese, Federico, mi fece ascoltare per la prima volta tutti i brani di "Jesus Christ Superstar", una vera e propria scoperta per me. Era una musica completamente nuova rispetto a quanto avevo ascoltato fino ad allora: chitarre elettriche, voci potenti, un'energia diversa, che mi colpì e mi aprì a suoni fino a quel momento sconosciuti. 
 
Alla radio ascoltavamo "Supersonic", che andava in onda sul secondo canale della Rai, uno dei pochi programmi che ci faceva scoprire i suoni underground delle band inglesi e americane e di gruppi italiani, prima dell'epoca delle radio libere. Il mio medico di base, invece, una volta che venne a visitarmi perché ero a casa ammalato, si stupì di vedermi alle prese con un'edizione della Nona Sinfonia di Beethoven con i Berliner Philharmoniker diretti da Ferenc Fricsay. Era la mia prima musicassetta acquistata con i risparmi dei regali di Natale: ce l'ho ancora, con in copertina la fotografia di un gabbiano in volo. 
 
Da allora iniziò quella che è una vera e propria mania di collezionare edizioni musicali di tutti i generi e formati, ma soprattutto di musica classica. Vicino a casa mia, a Monteortone, c'era un fotografo che, tra macchinette e cornici, aveva anche un espositore con musicassette. Lì acquistai della collana "Linea Tre" (si chiamava così perché all'inizio ogni cassetta costava tremila lire) della RCA tutte le altre sinfonie di Beethoven, i concerti per oboe e orchestra di Albinoni, Marcello e Vivaldi con I Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone, i Notturni di Chopin, il Concerto per pianoforte e orchestra KV 467 di Mozart, con in copertina l'immagine iconica dell'attrice che aveva interpretato "Elvira Madigan", di cui il concerto era colonna sonora. 
 
Nel frattempo aumentavano anche i vinili, tra i quali, più avanti nel tempo, un bootleg quadruplo rarissimo con concerti live di Bruce Springsteen e l'album originale del concerto in Central Park di Simon & Garfunkel. Dopo i vinili e le cassette, qualche anno più in , con i soldi guadagnati lavorando in pizzeria, comprai il primo lettore di CD, della Philips, che collegai all'impianto stereo dei miei genitori, uno Schneider, che nel frattempo aveva preso il posto della radio valigia. Credo che i primi CD che  acquistai fossero, curiosamente, colonne sonore, tra cui "La mia Africa" con il bellissimo Concerto per clarinetto KV 622 di Mozart. 
 
Da allora iniziai a collezionare CD: prima le raccolte di musica classica della De Agostini, i CD allegati alle riviste "Amadeus" e "Classic Voice", poi le grandi etichette della classica, dalla Deutsche Grammophon alla Decca, dalla Philips alla Sony, dalla EMI alla Naxos, inseguendo le incisioni delle "Variazioni Goldberg" di Bach, a partire da tutte quelle di Glenn Gould, e quelle delle "Suite per violoncello" sempre di Bach, con tutte le versioni di Mario Brunello e Yo-Yo Ma. Questo collezionismo quasi maniacale mi ha portato oggi a possedere più di cinquemila CD che occupano pareti intere delle mie librerie. 
 
Qualche anno fa però, i miei genitori mi hanno regalato i vinili, o almeno una parte di essi, che suonavano sul giradischi dello stereo da valigia (quella purtroppo non c’è più). Così ho deciso di acquistare un giradischi e l’ho collegato al mio impianto a moduli della Technics, e anche "Help" dei Beatles è tornato a nuova vita. E ogni volta che abbasso la puntina e sento quel leggero fruscio prima che la musica cominci, mi sembra di tornare indietro nel tempo, a quando tutto era nuovo e ogni suono aveva il sapore della scoperta. 
 

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.     Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo  però  fermati a cena, perc...