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domenica 28 settembre 2025

Siamo noi la California (seconda parte)

Hollister, American Tune 

Il soggiorno a Hollister si rivelò da subito diverso, ma in senso positivo, rispetto alle settimane precedenti. Rosemarie e suo marito Tim furono ospitali e disponibili ad aiutarci nei nostri progetti. Io e Francesco coltivavamo l’idea di trovare un lavoretto lì e, chissà, provare a capire se fosse possibile studiare in California. Il nostro sogno di allora era diventare giornalisti. Anche April, la figlia minore che viveva ancora in casa e frequentava un istituto tecnico, si dimostrò gentile: il primo fine settimana ci invitò al cinema con un’amica per vedere Raiders of the Lost Arkappena uscito nelle sale. 
 
La casa dei Jolly era un tutt’uno con la piccola fabbrica di esplosivi, nella quale Tim riponeva grandi speranze, soprattutto dopo l’elezione a Presidente dell’ex governatore della California, Ronald Reagan. Lunedì sera scoprimmo per la prima volta il fascino del Monday Night Football, seguendo le partite dei San Francisco 49ers e le gesta del giovane quarterback Joe Montanaagli inizi di una carriera che sarebbe divenuta leggendaria con ben quattro vittorie al Super Bowl. 
 
Tim si diede da fare per trovarci un lavoro, il che significava macinare miglia in auto verso i ranch della zona. Dopo tentativi non felici, ci sistemò presso un grande ranch di proprietà di un pilota della Pan Am. Il ranch era vastissimo, con due recinti principali: in uno pascolavano diversi cavalli, nell’altro un solo purosangue scuro, isolato, acquistato per essere avviato alle corse. 
 
Le nostre giornate cominciavano alle cinque e mezza del mattino, con una colazione abbondante a base di pancake con sciroppo d’acero e corn flakes con latte freddo. Poi Francesco ed io salivamo in auto con Tim, ognuno con la propria tazza di caffè lungo e fumante. Il lavoro consisteva soprattutto nel pulire le stalle quando i cavalli erano fuori, spalando letame fino a formare una montagnola accanto alle scuderie poi stendendo paglia fresca. Attorno a mezzogiorno ci fermavamo per un sandwich preparato da Rose, accompagnato da una Pepsi fresca del distributore. Alla radio, in quelle mattine di inizio settembre, passava spesso September Morn di Neil Diamond. 
 
Alternavamo le stalle al carico delle balle di fieno, raccolte da una macchina nei campi adiacenti e da noi sollevate a mano sui camion. Non sapevamo ancora che occorrevano guanti e camicie a maniche lunghe, così il primo giorno tornammo a casa con braccia arrossate e piene di pagliuzze conficcate nella pelle. 
 
Intanto i rancheros addestravano il purosangue. Nei primi giorni gli misero solo le briglie, lui reagì con qualche resistenza; poi tentarono di aggiungere l’imbragatura per il sulky da trotto. Fu allora che l’animale si ribellò: simpennò e poi si lanciò in corsa lungo la pista del ranch. Fece un paio di giri a gran velocità, poi puntò dritto verso le stalle dove noi stavamo lavorando e osservavamo la scena.  Io ero il più vicino alle stalle. «Mettiti davanti al box!», mi urlò uno degli uomini. «Braccia e gambe aperte!» Non ebbi tempo di pensare alle conseguenze: mi piazzai davanti all’ingresso. Il cavallo, vedendomi, scartò di lato e imboccò il viale di uscita, dirigendosi verso la statale. A quel punto un ranchero montò sul pick-up parcheggiato lì vicino, ci fece salire sul cassone e partì all’inseguimento. Raggiunse il cavallo, lo superò e gli tagliò la strada poco prima dell’ingresso in paese. Spaventato, l’animale deviò in un campo, rallentò, poi si fermò a brucare, sfinito. Il ranchero prese il lazo, lo fece roteare e in un attimo lo strinse, con gesto sicuro ma non violento, attorno al collo del cavallo. Poco dopo arrivò un altro pick-up con il trailer: lo caricarono e lo riportarono al ranch. Francesco mi rimproverò per l’incoscienza, ma poi scoppiammo entrambi a ridere. 
 
Le giornate erano dure e al sabato eravamo stanchi, ma la famiglia Jolly non rinunciava a mostrarci la loro California. Un giorno insistettero perché comprassimo un paio di boots californiani; Francesco alla fine cedette e acquistò degli stivali decorati. Ci offrirono anche la loro “specialità”: pizza all’americana con ananas. April ci tempestava di domande sulla vita in Italia, stupita di scoprire che anche noi avessimo televisione e lavastoviglie. Quando dicemmo che abitavamo “near Venice”, la sua ingenua risposta fu: «Is it in Spain or in Greece?» Ci consolammo pensando che anche noi, messi alla prova con la geografia americana, saremmo andati in difficoltà. 
 
Durante un fine settimana ci portarono a visitare l’imponente Hearst Castle a San Simeon, La Cuesta Encantada, già residenza del magnate William Randolph Hearst. La Casa Grande, in stile revival mediterraneo, ci apparve come un miscuglio di lusso e di kitsch: scale monumentali, sale rivestite di legni intagliati, camini gotici provenienti dall’Europa, statue antiche e mobili rinascimentali. Restammo senza parole davanti alle piscine: la Neptune Pool, circondata da colonne e statue romane, e la Roman Pool, rivestita di mosaici blu e oro. Un sogno americano costruito con frammenti di vecchia Europa. 
 
Un’altra volta percorremmo la 17-Mile Drive fino a fermarci al celebre Lone Cypress, il “cipresso solitario” aggrappato a uno sperone roccioso. Uno dei simboli della California, che da più di due secoli resisteva alle intemperie dell’Oceano Pacifico. Al tramonto cenammo in un ristorante di cucina polinesiana affacciato sull’oceano: la vista era davvero mozzafiato, e il rumore delle onde sembrava accompagnare le nostre conversazioni. 
 
Tina, la figlia maggiore, volle mostrarci il campus di Santa Cruz, dove studiava scienze naturali, e dove il suo compagno Brian stava facendo il dottorato. Era settembre 1981: i college universitari si nascondevano tra le sequoie, i dormitori si aprivano su spiazzi erbosi, studenti in bicicletta si incrociavano lungo i sentieri, c’era fermento ovunque. Tina ci mostrò i laboratori, le aule immerse nel verde, i caffè pieni di studenti che discutevano di politica, di musica, di letteratura. Ci sembrava di essere entrati in un film. 
 
Ci informammo sui corsi di scienze sociali, ma capimmo subito che l’impresa era fuori portata: per studenti stranieri i costi erano proibitivi, e ottenere una green card tramite un lavoro nel campus era quasi impossibile. Partecipammo a un piccolo party con tacos e tequila, poi tornammo ad Hollister con un misto di entusiasmo e disillusione. 
 
Col passare dei giorni diventò chiaro che senza residenza, senza un lavoro stabile e senza grandi mezzi economici, per noi non c’era futuro lì. Decidemmo allora di rientrare in Italia. Salutammo la famiglia Jolly e la California senza amarezza, anzi, con il senso di aver vissuto un’esperienza che ci aveva arricchito. 
 
Il viaggio di ritorno fu lungo e movimentato. A New York, in attesa del volo per Belgrado-Lubiana, conoscemmo Aleksandra, una giovane serbo-croata che tornava a casa, a Belgrado, dopo un periodo come ragazza alla pari. Durante il volo, dopo un po’ che eravamo partiti, poiché Francesco si era appisolato, mi spostai e mi sedetti accanto a lei. Aleksandra mi raccontò della sua esperienza, dell’emozione di avere assistito pochi giorni prima al concerto di Simon & Garfunkel a Central Park, e del suo ragazzo che l’aspettava a Belgrado. Con la naturalezza dei vent’anni, parlammo di tutto: delle nostre famiglie, dei nostri amori, dei sogni futuri. Mi insegnò una canzone in serbo-croato, Volim Te, che trascrisse nella mia agendina, che conservo ancora. Ci addormentammo fianco a fianco, e l’hostess ci coprì con una coperta. A Belgrado scese, lasciandomi con un bacio leggero sulla guancia. 
 
A Lubiana proseguimmo fino a Nova Gorica. Sotto una pioggia battente, attraversando il confine, persi la mia cartella con le cassette e il diario di quei mesi. Qualche settimana dopo i carabinieri di Gorizia mi telefonarono: era stata ritrovata. Andai a riprenderla con sollievo, anche se i ricordi erano già impressi nella memoria. 
 
Poche settimane dopo io e Francesco ci iscrivemmo a Scienze Politiche a Padova.  Io seguii anche il corso di giornalismo di Isnenghi e diedi l’esame di diritto pubblico americano, affascinato da quella materia che mi riportava idealmente alla California. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se fossimo rimasti laggiù. Oggi siamo felici della vita che abbiamo costruito qui. 
 
Ma certe sere metto sul giradischi il vinile del concerto di Simon & Garfunkel a Central Park, tenuto pochi giorni prima del nostro ritorno. E la mia canzone preferita resta American Tune. 
 

domenica 21 settembre 2025

Siamo noi la California (prima parte)

Da Monteortone a Mariposa 

Cominciai a fantasticare e a sognare la California probabilmente da bambino, leggendo libri sull’epopea western e osservando le foto di cavalli Mustang e Lipizzani che arrivavano a casa nostra dalla zia di mia madre, Vera von Dungern-Dehrn, figlia del barone Otto Wilhelm von Dungern e di Elise van Schreven. 

Vera era la seconda di tre sorelle, Irene la maggiore nata nel 1893, Sybille mia nonna nata nel 1911, e lei del 1901. Vera era emigrata negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1973. Oggi riposa nel cimitero di Hollister insieme al marito, Helmut Müller von Holtzendorff. Negli ultimi anni aveva ripreso i contatti epistolari con mia madre Ilona e ci mandava album fotografici di cavalli. Una volta arrivò persino un pacco con due statuine alte una trentina di centimetri, un cavallo baio marrone e un lipizzano bianco, che trovarono subito posto nella libreria del mio letto. 
 
Alle superiori, però, l’America smise di essere soltanto un sogno lontano e iniziò a diventare una possibilità concreta. Oltre a studiare inglese, il sabato e la domenica pomeriggio ascoltavo la radio della base americana di Vicenza, soprattutto American Top 40 e American Top Country. Con il mio amico Francesco, durante l’inverno del 1981, all’ultimo anno di scuola, cominciammo ad accarezzare l’idea di andare davvero negli Stati Uniti dopo la maturità. 
 
Chiesi allora a mia madre di scrivere alle figlie di Vera, Elisabeth e Rose-Marie. La prima a rispondere, in marzo, fu Elisabeth, che nelle lettere da Mariposa si firmava “Lee” Callahan. La corrispondenza si intensificò ed ero io stesso a scrivere a Lee, anche a nome di Francesco, per capire se ci fosse davvero la possibilità di essere ospitati da agosto a ottobre. 
 
Lee ci rispose con il suo pragmatismo californiano. Voleva sapere se pensassimo di studiare, lavorare o semplicemente fare un’esperienza di vita. Ci descriveva la zona dove abitavano, sulle colline non lontano dallo Yosemite, ricordandoci che San Francisco era a centocinquanta miglia, raggiungibile in poche ore, e Los Angeles a trecento. Ci mise anche in contatto con un’altra famiglia. Dopo poco ricevemmo infatti la lettera di Mrs. Josie Fox, madre di quattro figli, che ci scriveva che ci avrebbero ospitato volentieri per un periodo. 
 
Convincemmo i nostri genitori ad acquistare i biglietti al Centro Turistico Studentesco e Giovanile di Padova, che allora aveva la sede in via San Biagio. Erano biglietti di andata e ritorno, prenotati con la data del ritorno aperta per risparmiare. Così, chiusi in bellezza gli esami di maturità e freschi di diploma, mettemmo a punto i dettagli del nostro viaggio. 
 
Dopo gli esami, a luglio, passai quella che sarebbe stata l’ultima vacanza con la mia famiglia a Lucerna, la mia città natale. Poi, a metà agosto, eravamo pronti. Una sera, credo verso le dieci, con la 128 bianca di mio padre partimmo da Monteortone e ci fermammo ad Abano a casa di Francesco. I suoi genitori, Mirella e Renato, ci fecero mille raccomandazioni. Anche i miei erano in apprensione, ma almeno potevano accompagnarci fino in aeroporto. 
 
Per risparmiare avevamo scelto la compagnia di bandiera jugoslava e un itinerario complicato: da Lubiana a Belgrado, da lì a New York e infine a San Francisco. Alla frontiera tra Italia e Jugoslavia ci fu il primo intoppo. I doganieri non capivano come mai io e mia madre avessimo passaporti tedeschi, mio padre e Francesco quelli italiani, e noi ragazzi un visto per gli Stati Uniti. La Jugoslavia non apparteneva al blocco sovietico, ma era un Paese “non allineato” come si diceva allora. Ci fecero parecchie storie, forse sperando che sganciassimo qualcosa, ma mio padre tenne duro e passammo. 

 
A Lubiana, il decollo del vecchio aereo jugoslavo mise a dura prova i nervi di mia madre. Sembrava non riuscisse a staccarsi da terra, ma alla fine prese quota. A Belgrado ci imbarcammo su un aereo più grande, adatto al volo transoceanico. Dopo lo scalo a New York, passata la notte tra film e sonnellini, finalmente atterrammo a San Francisco. 
 
Agli arrivi ci aspettava Lee, con un cartello. Ci salutò senza particolari effusioni e ci fece salire su una classica automobile americana. Attraversammo le highway californiane verso l’entroterra. Era già sera e durante il tragitto ci fermammo in un diner. Concludemmo il nostro primo pasto americano con una porzione abbondante di gelatina ai frutti di bosco. Quando arrivammo a Mariposa era buio e andammo subito a dormire. Il viaggio era durato oltre settantadue ore. 

Il giorno dopo cercammo di capire dove fossimo. La casa di legno rialzata rispetto al terreno si trovava in Mark Lee Road, in una zona collinare sopra Mariposa chiamata Mormon Hill. Era difficile muoversi a piedi e così ci facemmo accompagnare in paese. Cercammo l’ufficio postale per spedire un telegramma ai nostri genitori e scoprimmo che si trovava all’interno di un emporio che sembrava uscito dal vecchio West. Anche il centro storico richiamava quell’atmosfera con l’antico tribunale e la prigione in pietra che risalivano alla corsa all’oro. Mariposa era stata davvero l’ultimo avamposto dei cercatori in California, sulle colline che separano la San Joaquin Valley dalle cime della Sierra Nevada. Oggi è conosciuta come la “porta di Yosemite”. 

 
Lee lavorava a una quarantina di miglia da casa. Sua figlia Stacey, mia seconda cugina, d’estate lavorava in un supermercato del paese, ma sognava di diventare attrice e di frequentare l’Actor’s Studio. Passava da una stanza all’altra declamando battute e parti di copione. Il marito di Lee era via per un lungo periodo di lavoro in Texas. 
 
Nei primi giorni Francesco e io non potevamo fare molto. Superato il jet lag, cercavamo di organizzarci e di capire come funzionasse la vita in una casa americana. La famiglia Fox non poteva ospitarci in quel periodo e così restammo da Lee. Scoprimmo il giradischi di Stacey e ascoltammo più volte “The Best of Times” degli Styx, che lei metteva al massimo volume ogni mattina. Visitammo il Mariposa Museum & History Center, che raccontava la storia della corsa all’oro, e nel primo fine settimana Lee ci accompagnò allo Yosemite. Le sequoie giganti del Mariposa Grove ci impressionarono più di tutto. 

Dopo circa una settimana capimmo che a Mariposa non c’erano grandi prospettive per noi. Decidemmo di provare con San Francisco, dove Francesco aveva un contatto, Sandro, amico di un nostro amico, il cui fratello gestiva un ristorante. Da Mariposa prendemmo un bus locale fino a Merced e da lì un Greyhound per San Francisco. 

Sandro ci venne a prendere alla stazione degli autobus. Subito lo tempestammo di domande e restammo colpiti che guidasse già una grande auto americana pur essendo arrivato da poco. Ci spiegò che nei giorni successivi avrebbe dovuto fare l’esame per la driving licence, il suo primo documento americano. Anche lui era entrato negli Stati Uniti con un visto turistico. Sandro viveva con il fratello in una zona residenziale, nella parte della città. 
 
L’impatto con San Francisco fu straordinario. Non avevamo mai visto una città americana vera, con i suoi grattacieli che si stagliavano sullo skyline, le colline, la baia sull’oceano e il Golden Gate che la dominava. Sandro ci spiegò che non era facile trovare lavoro e senza la Green Card era quasi impossibile. Sandro lavorava nel ristorante del fratello, ma al momento non c’era posto per altri. 
 
Così, dopo aver dormito a casa del fratello, il giorno dopo scendemmo in centro e cominciammo a percorrere le infinite strade della metropoli. Prendemmo come punto di riferimento la Transamerica Pyramid, scoprimmo il Palace of Fine Arts con i suoi padiglioni neoclassici, e ci perdemmo a Chinatown, che ci sembrava un mondo a sé. Nei momenti liberi Sandro ci portò sul Golden Gate e qualche giorno dopo lungo la costa fino a Monterey. Per la prima volta vedemmo l’oceano. Tutto ci sembrava più grande, rispetto alle proporzioni a cui eravamo abituati. San Francisco era una città vivace, variopinta, un intreccio di culture. Mangiammo per la prima volta in ristoranti giapponesi ed entrammo in contatto con quello che era un vero melting pot. 

Giravamo la città in lungo e in largo, bussando a tutti i ristoranti italiani di cui Sandro ci aveva dato gli indirizzi o che suo fratello conosceva. Ma niente: la risposta era sempre la stessa, “No Green Card? No Job”. I soldi dei travellers cheques che avevamo cambiato a Mariposa iniziavano a scarseggiare e, nonostante l’ospitalità di Sandro e di suo fratello, la vita era troppo costosa senza almeno un lavoretto. 

Così tornammo a Mariposa, ma anche lì non potemmo restare. Era rientrato il marito di Lee, un uomo non molto cordiale, che ci fece capire che non potevano ospitare a lungo due ragazzi della nostra età. Lee allora si offrì di contattare sua sorella Rose-Marie, che abitava a Hollister. 
 
Partimmo con Lee in auto e in un paio d’ore, attraversando la Route 140 e la 152 e passando per Merced, Los Banos e Gilroy, arrivammo a Hollister, in Santa Ana Road 1736. Alla fine di un vialetto trovammo la casa con una piccola azienda annessa – che poi scoprimmo essere di esplosivi - dove vivevano Rose-Marie e il marito Tim Jolly con le due figlie April e Tina. Avremmo conosciuto un’altra California, quella dei ranch e dei grandi allevamenti di cavalli. Forse lì sarebbe stato più facile trovare un lavoro. 

 
 
(continua…) 

domenica 14 settembre 2025

Hotel Fenix

Un'estate a Cavallino

Quella del 1980 fu per me un’estate divisa in due. La prima parte la trascorsi in Germania con Paolo, tra Francoforte e altre località, lavorando prima allo Steigenberger Airport Hotel e poi in un ristorante. Ma dovemmo rientrare prima del previsto: Paolo, che pensava di essere stato rimandato in tedesco, scoprì invece di avere il debito in francese e volle concentrarsi su quella lingua.

Così approdai all'Hotel Fenix di Cavallino, vicino al Faro, un albergo per il quale mia madre teneva la corrispondenza in tedesco, come faceva anche per alcuni hotel della zona termale di Abano, dove vivevamo. All'inizio davo una mano soprattutto alla reception. Il capo ricevimento era di origine ladina, di una valle del bellunese, con lunga esperienza. Era simpatico, ma molto diretto e secco nel darmi istruzioni.

Uno dei primi “trucchi del mestiere” che mi insegnò fu come dare la linea telefonica in cabina ai clienti, aggiungendo poi gli scatti nel foglio della maincourante. Non proprio una bella pratica a dire il vero.  Su quel registro annotavamo tutte le spese extra rispetto alla pensione completa o alla mezza pensione degli ospiti: consumazioni al bar, in piscina, ore di tennis, servizi in spiaggia. La maincourante era un po’ il mio incubo: ogni sera bisognava far quadrare i conti stanza per stanza, e non di rado rimanevo fino alle dieci per chiudere tutto. Per il resto mi occupavo dell’accoglienza, registravo documenti, consegnavo chiavi, accompagnavo gli ospiti in camera, portavo qualche bagaglio. Davo informazioni, soprattutto in tedesco, visto che molti ospiti arrivavano da Germania, Svizzera e Austria.

Fu proprio lavorando alla reception che conobbi Eveline, una ragazza austriaca di 15 anni. Arrivò un giorno con un sorriso che mi colpì subito: capelli color miele scuro, dolce, non appariscente ma molto carina. Aveva raggiunto la nonna, già nostra ospite da una settimana. Spesso si fermava al banco reception a scambiare due parole con me. Nonna Edeltrude, che aveva colto la nostra simpatia, un giorno, mentre io pensavo di invitare Eveline per una passeggiata dopo il servizio, ci guardò entrambi e disse senza esitazioni che avremmo potuto uscire una sera a ballare. Io, preso alla sprovvista, balbettai un “sì, certo”. Poi però mi resi conto del del problema....non avevo abiti adatti per una serata. Solo la divisa da lavoro - pantaloni, giacca e cravatta neri, camicia bianca - e altrimenti magliette, pantaloncini, espadrillas o scarpe da tennis.

Negli alloggi del personale, uno scantinato con camerate di mattoni a vista e tende al posto delle porte, esposi subito la questione a Ulisse, uno studente universitario dai capelli rossi di Monselice. A cena, attorno al grande tavolo coperto da una tovaglia cerata, lui raccontò del mio appuntamento e del mio problema con i vestiti. Tra camerieri, cuochi e gli altri miei colleghi, scattò una gara di solidarietà: ognuno volle contribuire, nello spirito del “sei tutti noi”. Così, la sera stabilita, mi trovai vestito di tutto punto con camicia, pantaloni e scarpe degni della situazione.

Dopo cena, con il permesso del capo ricevimento, staccai un po’ prima, lasciandogli la maincourante da chiudere. La nonna di Eveline ci accompagnò con il suo Maggiolino Volkswagen alla mitica discoteca “Muretto” di Jesolo. Io non ero e non sono un grande ballerino, ma qualche lento bastò a farci  entrare in confidenza, parlare delle nostre vite, degli studi, delle rispettive famiglie. Si creò un bel feeling e, all'uscita dal locale, nell'attesa che arrivasse la nonna a riprenderci, ci scambiammo un bacio dolce, il primo, che ci parve preludio di una storia vera.

I giorni passarono veloci . Tra un turno e l’altro raggiungevo Eveline in spiaggia e il legame cresceva. L’ultimo giorno, in riva al mare, lei scrisse sul mio diario, in tedesco: “Non mi devi dimenticare mai”. Io le risposi, sempre sul diario: “Te lo prometto”. Attaccammo insieme uno scudetto delle figurine Panini con l'emblema dell’Austria.

Il giorno dopo, di buon mattino, nonna e nipote ripartirono per Graz. nelle settimane successive Eveline mi scrisse che il viaggio di ritorno era stato funestato da acquazzoni e temporali: per loro l’estate era finita. Io la rividi solo due anni dopo, a Graz, durante un soggiorno a casa della nonna. Fu in un’uscita alla Waldschwimmbad che capii che nel frattempo aveva iniziato una storia con Helmut, e che le nostre vite,  a causa della distanza ,avevano preso strade diverse.

A Cavallino, però, nell'estate del 1980, io pensavo ancora a lei. Per distrarmi mi buttavo sul lavoro, sui libri e sullo studio del francese con un manuale di conversazione per turisti. Ogni martedì andavo a piedi al mercato in paese: tra le bancarelle mi fermavo sempre davanti al furgone delle musicassette, spesso tarocche, e ne compravo una, di musica classica o di cantautori italiani.
Fu proprio lì, sdraiato sulla branda nello scantinato, che il 2 agosto appresi dalla radio della strage alla stazione di Bologna. Quel momento gettò un’ombra indelebile su un’estate altrimenti colma di sole, amore e lavoro.

Il lavoro, anzi, aumentò a fine agosto, quando molti colleghi universitari lasciarono l’hotel per rientrare a casa ed affrontare la sessione autunnale di esami. Io, unico studente delle superiori, mi trovai a coprire più ruoli. Passavo dalla reception alla sala, dove mi toglievo la giacca per sbarazzare i tavoli degli ospiti, alla spiaggia dove il bagnino mi affidava la sistemazione di sdraio e ombrelloni al mattino e alla sera, fino al campo da tennis dove ripulivo le righe e il campo e facevo da sparring partner a qualche cliente che voleva giocare. Erano giornate lunghe, dove cambiavo mansione più volte, ma che mi permisero di entrare davvero nel ritmo della vita d’albergo.

Fu un’estate intensa, in cui imparai molto del mestiere che fino ad allora conoscevo solo dai racconti di mio padre, maître di lungo corso, e dall'esperienza tedesca allo Steigenberger, molto più organizzata e strutturata. Qui, invece, negli alberghi a gestione famigliare delle nostre spiagge, le condizioni erano diverse, talvolta dure per chi ci lavorava tutte le stagioni.

Per me rimane un'esperienza preziosa, con i suoi luoghi, l'amore e le sue emozioni. Un’estate che, ancora oggi, rivivo nel ricordo della spiaggia assolata, nelle voci e nei volti del viavai dell'albergo e in quella leggerezza che ci accompagna da ragazzi.

domenica 7 settembre 2025

Tranquil Vale 62

 Tre ragazzi a Londra

Siamo partiti il 9 giugno del 1979, due giorni dopo il mio compleanno. Eravamo in tre: Filippo, che era stato mio compagno al Leon Battista Alberti di Abano nei primi tre anni di scuola superiore, Franco, un suo amico, e io. Loro due venivano da Montegrotto, io invece abitavo a Monteortone. Quel giorno, alla stazione di Padova, ci accompagnarono i nostri genitori. Il viaggio verso Londra fu lungo, quasi infinito.

Tra Parigi e Calais incontrammo un gruppo di ragazze francesi: una di loro si chiamava Odile. Fu una compagnia allegra che ci aiutò a stemperare l’attesa della traversata. A Calais salimmo sul traghetto per Folkestone: il vento forte, il mare grigio e i controlli all’arrivo ci diedero la sensazione di entrare in un mondo nuovo.

Arrivati a Londra, scesi a Victoria Station, prendemmo un altro treno da Charing Cross che ci portò a Blackheath, sobborgo a sud-est della città, con una sua identità distinta. Blackheath era pur sempre Londra, anche se sembrava quasi un paese a sé, con i suoi parchi e i suoi negozi.

L’alloggio ci era stato trovato da una conoscente di Filippo, una signora abruzzese sposata con Dave, un inglese che gestiva un negozio di frutta e verdura. L’ingresso della nostra nuova abitazione era accanto al negozio, al civico Tranquil Vale 62.

La casa era su tre piani. Al piano terra, entrando, sulla destra c’era la cucina che portava a una lavanderia da cui si accedeva a bagno e doccia. Davanti alla porta d’ingresso si trovava la scala che saliva al primo piano, dove c’era una stanza normalmente vuota: quella stessa che, una notte, ospitò due ragazze inglesi incontrate ubriache. Al secondo piano c’era la nostra stanza, con tre letti - due affiancati e uno di traverso - e una poltrona.

L’affitto era piuttosto alto: circa 75 sterline a settimana, da dividere in tre, quindi 25 sterline a testa. Quando partimmo pensavamo di avere già un lavoro assicurato, almeno così aveva detto la signora a Filippo. In realtà scoprimmo subito che non era vero e che dovevamo cercarcelo. I primi due giorni furono di ansia: per risparmiare mangiavamo soltanto cornflakes e tè con poco latte, avendo già anticipato la prima settimana di affitto. Poi, grazie a qualche indicazione, ci presentammo in alcuni locali e alla fine fummo assunti tutti e tre alla London Steak House, un ristorante elegante di una catena, in Montpelier Vale.

Filippo, che aveva esperienza grazie alla pensione dei suoi genitori, “Ai Buoni Amici” a Montegrotto, fu messo in sala. Io e Franco finimmo in cucina come washing up: lavapiatti e tuttofare. I turni erano regolari: cinque giorni alla settimana, chiusura fissa il martedì. Io avevo libero il giovedì, Filippo e Franco rispettivamente lunedì e mercoledì. Si lavorava dalle 11 alle 15, poi dalle 18 alle 21. Un orario perfetto che ci lasciava tanto tempo libero.

Al mattino, spesso prima di andare a lavorare, io e Filippo andavamo a giocare a tennis nei campi in asfalto che si trovavano nel parco tra Blackheath e Greenwich. Era un rito che ci dava energia e la sensazione di vivere davvero in quella città.

Il locale era un microcosmo internazionale. Il manager si chiamava Cornelius McAdam, scozzese: sembrava severo, ma in fondo era un uomo buono, e alla fine ci regalò una lettera di referenze bellissima che conservo ancora. Il deputy-manager era Andy, giovane, elegante, con i capelli biondi lunghi divisi da una riga in mezzo. La bartender, Susan, portava corti capelli castano chiari ed era corteggiata da mezzo staff. In cucina regnavano i due giamaicani: Barry, che il sabato arrivava con una radio enorme per ascoltare il cricket, e  Mr. Chocho, con i capelli folti e ricci come quelli di Napo Orso Capo e il grembiule che non cambiava mai. Una volta, per scherzo, gli spruzzammo sopra del DDT e lui si infuriò. C’era poi Mike Crozier, irlandese, e i camerieri spagnoli: Josep, padre di famiglia, con cui stringemmo amicizia fino a conoscere i suoi figli; e José, molto meno simpatico, che raccontava senza pudore le sue imprese sessuali con la moglie. Si aggiunse anche un cameriere greco, Manolis, allegro, teatrale e dichiaratamente gay: spesso rientrava in cucina facendo la verticale su una mano e raccogliendo il tovagliolo con la bocca, tra le risate generali.

Tra i colleghi si accendevano a volte delle rivalità: Andy e Mike arrivarono persino a una rissa per gelosia nei confronti di Susan, e noi ci improvvisammo pacieri. Quando non c’era troppa pressione in cucina, io e Franco aiutavamo con gli antipasti: shrimp cocktails, avocado cocktails, salmone affumicato. E ci concedevamo panini al burro d’arachidi o salsa rosa e manciate di peanuts nei tasconi del grembiule. La paga era di circa 37 sterline a settimana, sufficiente a coprire l’affitto e qualche uscita.

Nei giorni liberi scoprivamo Londra. Io, il giovedì, prendevo il treno per Charing Cross e da lì camminavo fino a Trafalgar Square. Non prendevo quasi mai la Tube, troppo cara. Mi immergevo nei musei gratuiti: passavo ore alla Tate Gallery, dove trascorrevo la maggior parte del tempo, ma visitavo anche il British Museum e il Victoria and Albert Museum. Poi i parchi: St. James’s Park, il mio preferito, Hyde Park con il laghetto The Serpentine, dove ascoltavo i concerti della banda musicale che si concludevano sempre con God Save the Queen, e Holland Park, più raccolto. Conoscevo Londra a piedi, da Piccadilly Circus a Oxford Street, da Soho a Greenwich.

Un giorno, proprio a Piccadilly Circus, mi ritrovai in mezzo a una folla enorme: all’Odeon di Leicester Square c’era la prima del nuovo film di James Bond, Moonraker. Ricordo la limousine che arrivava tra le urla, e da cui scese Roger Moore, che ai miei occhi era l’incarnazione del gentleman inglese.

Greenwich era vicinissima: ci andavamo spesso a piedi attraverso il parco, fino alla Cutty Sark. A Blackheath, nel prato vicino a casa, il sabato si giocavano interminabili partite di cricket, che guardavo senza mai riuscire a capirne le regole. A volte andavo anche a visitare le due chiesette, quella cattolica e quella protestante.

La vita a Blackheath era fatta anche di piccoli riti: le telefonate dai nostri genitori arrivavano al negozio di Dave. Lui ci chiamava dalla scala e correvamo giù a rispondere. All’inizio girava spesso da noi un bambino, un po’ trascurato dai genitori, che trascorreva diverso tempo in nostra compagnia. Frequentavamo anche la bakery di due signore anziane che ci presero in simpatia. Quell’estate, insolitamente, non piovve quasi mai: le due signore se ne lamentavano spesso, preoccupate per i prati e per i loro giardini. Blackheath, con il suo nome e con l’indirizzo stesso, Tranquil Vale, ci appariva davvero tranquilla rispetto alla frenesia del centro di Londra.

Ci furono anche episodi divertenti. Una sera incontrammo due ragazze inglesi un po’ alticce, avevano perso l’ultimo treno per Charing Cross e, vedendole in difficoltà, le ospitammo nella stanza vuota sotto la nostra. Niente conquiste: passarono la notte dormendo per smaltire la sbornia, mentre noi fantasticavamo invano. Un’altra volta Filippo bevve troppo e provò a fumare la pipa: finì a vomitare tutta la notte, e io restai a vegliarlo con il tè.

Rimanemmo a Londra quasi tre mesi. Verso la fine successe un fatto incredibile: incontrammo per caso in centro Valeria M., professoressa di francese di Filippo, con suo fratello e due amici. Ci proposero di unirci al loro viaggio a Parigi, e accettammo. Salutammo a malincuore Londra, non senza rimpianti: Cornelius ci scrisse quella bellissima lettera di referenze; Josep ci fece conoscere i suoi bambini, che continuarono poi a scriverci.

Alla partenza pensammo perfino di portarci via la collezione di lattine messa insieme in tre mesi: più di cento pezzi stipati in un sacco nero. Ma alla fine la lasciammo a Victoria Station: impossibile viaggiare così.

A Parigi ci ospitò l’amico architetto di Valeria: era in vacanza, così potevamo stare tutti nel suo appartamento. Passeggiammo a lungo per la città, visitammo diversi musei, e l’ultima sera cantammo a squarciagola per le strade, in particolare Un giorno credi di Edoardo Bennato. Una notte di leggerezza prima del definitivo ritorno.

Poi prendemmo il treno e rientrammo in Italia, in tempo per l’inizio della scuola. Londra e Blackheath restano nel cuore: per la prima volta avevamo vissuto una lunga esperienza di vita fuori casa. Negli anni precedenti ero già stato in Germania per lunghi periodi, ma sempre ospite di amici o parenti; qui invece avevamo abitato da soli, noi tre. L’amicizia con Filippo ne uscì rafforzata, con Franco invece c’erano a volte incomprensioni - in tre non è mai semplice - ma è stato comunque un periodo bellissimo.

Londra 1979, Tranquil Vale 62, resta la mia prima vera lunga esperienza di vita fuori casa: tre mesi che non ho mai dimenticato.

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.     Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo  però  fermati a cena, perc...