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giovedì 15 maggio 2025

Arriva Camillo

Arriva Camillo 

Ogni giorno, poco prima di mezzogiorno, il rombo sommesso del motocarro rompeva il silenzio sonnolento della via. Era lui. Era Camillo. Con il suo APE carico di pane caldo, casse d’acqua minerale, scatole di biscotti, caramelle, chupa chupa e quei mitici caucciù da masticare — avvolti in cartine con le strisce di Rin Tin Tin o i tatuaggi a inchiostro da applicare con l’acqua — Camillo si fermava davanti alle case popolari, una dopo l’altra, come un postino delle delizie. Per noi bambini, era come Babbo Natale che arrivava tutti i giorni d’estate. Lasciavamo a metà le partite a scalone, il gioco dei riquadri tracciati col gesso sul marciapiede, dove si saltava su una gamba spingendo con il piede una scaglia piatta di pietra. Abbandonavamo anche le sfide a quercetti, colpi di dito ben assestati ai tappi corona rovesciati delle bottigliette. Camillo aveva la precedenza su tutto. Lo circondavamo come un piccolo esercito festante. Lui, con la sua barbetta rada e grigiastra, fingeva un’aria da brontolone, ma bastava guardarlo un attimo per capire che era buono fino al midollo. Io, puntualmente, prendevo caucciù, liquirizie, bastoncini di zucchero per me e per gli amici. “Segna pure sul conto, Camillo” dicevo con finta nonchalance. E lui segnava. A fine mese, quando mia mamma — giovane e dolce tedesca — andava a saldare il conto, bastava uno sguardo alla lista per farla sospirare nel suo italiano senza la erre: “Ma cosa avete preso?! Un baule di caramelle?” diceva con un misto di stupore e rassegnata dolcezza. Io mi grattavo la testa, facevo spallucce, e pensavo che, in fondo, era valsa la pena. Perché Camillo non era solo il fornaio ambulante. Era l’estate. Era il pane caldo a mezzogiorno. Era il sapore della libertà e dell’infanzia che profumava di liquirizia e crosta dorata.

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