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sabato 17 maggio 2025

La 850 celeste

 La 850 Celeste 

 La Fiat 850 è stata la prima auto della mia famiglia. Ricordo ancora l’emozione di quel giorno: tre squilli di un clacson festante annunciarono il ritorno di mio papà. Era andato a prenderla dal concessionario, e noi lo aspettavamo. Alla finestra della cucina, nell’appartamento al piano di sopra della casa dove abitavamo tutti insieme — mia mamma, mia nonna, le tre sorelle e il fratello di mio padre — ci affacciammo di colpo. Poi scendemmo di corsa per le scale, e in pochi secondi eravamo tutti lì, nel vialetto a fianco casa, a circondare la macchina. Fu in quel momento che imparai il nome del modello: Fiat 850. Era di un celeste chiaro, con i sedili rosso fiammante bordati di bianco. Con lei arrivarono le prime vere gite al mare, rigorosamente di mercoledì: ogni quindici giorni, il giorno di riposo di mio papà, che faceva il maître negli alberghi di Abano. Si partiva verso le nove e mezza, e a volte veniva con noi anche il mio amico Ermes. La meta era quasi sempre la spiaggia libera di Rosolina Mare. L’auto, parcheggiata direttamente sulla sabbia, diventava il nostro campo base: sportello aperto, ombrellone piantato lì accanto, un asciugamano a far da tenda. Mio padre scavava una buca nella sabbia fino a trovare l’acqua del mare, che risaliva lentamente, fresca. Poi via: bagno, sabbia, partite a pallone, qualche volta anche le biglie. Verso le cinque si tornava a casa, stanchi ma felici. Quella macchina ci accompagnava ovunque. Anche all’estero. La 850 ci portò in Germania, a trovare la nonna tedesca, la mamma di mia mamma, a Francoforte sul Meno. Uno dei pochi ricordi che ho di lei è quando ci aprì la porta del suo appartamento. E poi, nel pomeriggio, quel gelato preso sulla terrazza del Kaufhof, un grande magazzino lì vicino. Ero così emozionato che, istintivamente, ci soffiavo sopra come se fosse troppo caldo. Il viaggio era lungo. Così, con la nostra 850, facevamo tappa in Austria, a Seefeld in Tirolo. La salita era dura per quella piccola utilitaria. Eppure, proprio lì avremmo passato anche altre estati, per anni. Un altro viaggio ci portò in Svizzera. I miei genitori avevano lavorato lì, prima che io nascessi: a Pontresina, a Lucerna — dove sono nato — e a Lenzerheide, dove fecero anche una stagione assieme, affidandomi a una brava balia che era stata anche la mia levatrice. Ricordo un viaggio verso Berna, per andare a trovare un’amica di famiglia, Simone. Credo che allora la galleria del San Gottardo non fosse ancora aperta, così caricammo l’auto sul treno. E fu forse sogno, o realtà, ma mentre arrivavamo a Berna, vidi nel dormiveglia la sagoma dell’orso, simbolo della città, e la neve che forse iniziava a cadere. Poi parcheggiammo sotto casa di Simone. La Fiat 850 ci restò accanto per molti anni, finché non arrivò una Fiat 128 bianca. Ma prima ancora delle automobili c’era stata la Lambretta bianco-verde, ereditata da mio padre dopo la morte del nonno, che non avevo mai conosciuto. Due posti: papà davanti, mamma sul sellino dietro, e io in piedi sul pianale, aggrappato al manubrio. Da Monteortone a Rosolina, sugli argini, era un viaggio infinito. Spesso dovevamo fermarci perché io… non resistevo più, e papà accostava per farmi fare pipì sul ciglio della strada. La Lambretta e la 850 sono i primi mezzi a motore su cui io abbia viaggiato. E forse è per questo che l’unica targa che ricordo ancora oggi è quella: PD165412.

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