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domenica 31 agosto 2025

Partite a scacchi

 

Il filo di un’amicizia

C’è stato un periodo, ai tempi delle superiori, in cui ho giocato molto a scacchi. A dire il vero, la passione per gli scacchi, più che per la dama o la trea, inizio da bambino, quando seguivo i tornei che i ragazzi più grandi disputavano all’aperto nei vialetti di Monteortone. Ma fu solo in terza superiore, quando mi ritrovai in classe con Paolo dopo qualche anno di distacco, che gli scacchi diventarono per noi un appuntamento costante.

Il più delle volte ci trovavamo a casa mia, nel mio piccolo studiolo: un trumeau-scrivania, un divano letto di velluto verde su cui dormiva mio zio Peter quando veniva dalla Germania, una libreria con sopra il mangiacassette a doppia piastra. Finite le ore di studio, mettevamo via i libri e aprivamo la mia scacchiera da viaggio: in legno, con base e pezzi magnetici, regalo di mio zio Oddone — padrino della mia cresima — insieme a un modernissimo Tissot.

Concentratissimi, decidevamo a sorte chi avrebbe mosso per primo. Quando toccava a me, iniziavo quasi sempre con l’apertura di Donna, d1-d4, e poi seguivo con un sistema difensivo abbastanza prevedibile, fondato sui pedoni che si proteggevano a vicenda o che difendevano figure più importanti. Paolo invece osava di più, variava le mosse, e alla fine riusciva quasi sempre a prevalere. Ricordo un inverno in cui fissammo un obiettivo: avrebbe vinto chi per primo fosse arrivato a cento partite sull’altro. Non rammento il punteggio esatto, ma Paolo raggiunse le cento vittorie staccandomi di parecchio.

Durante le nostre partite da lui ascoltavamo Meat Loaf o i Deep Purple, da me qualche volta la Nona di Beethoven o il Concerto KV 467 di Mozart. Le nostre mamme ci portavano il tè con i biscotti, scandendo piccole pause tra una mossa e l’altra.

Quelle partite sono il centro di una vita trascorsa assieme. Con Paolo ci conosciamo fin dall’asilo delle suore del “Mamma Margherita”: entrambi insofferenti al riposino pomeridiano sulle sdraio, preferivamo ritagliare e colorare sagome di presepi nel polistirolo. Poi le elementari alla scuola “Flavio Busonera”, con i compagni Paolo S. e Paolo P. Ricordo il premio ricevuto dal sindaco Talami il 25 aprile 1973: un volume sulla Resistenza e Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, per una ricerca che avevamo fatto proprio noi quattro — io, Paolo (che tutti chiamavano Paolino), Paolo S. e Paolo P. — su “Pippo”, l’aereo alleato che nelle notti di guerra sorvolava la pianura padana. Avevamo intervistato anziani e sopravvissuti, raccolto appunti sui quaderni, facendoci raccontare paure e stenti di quegli anni.

Alle medie ci perdemmo di vista: lui studiava francese, io tedesco. Ci ritrovammo poi alle superiori, a Villa Rigoni, quando in terza alcune classi furono unite. Da allora non ci siamo più persi. Con Paolo ho condiviso anche una rocambolesca estate in Germania: prima lavorando allo Steigenberger Airport Hotel di Francoforte, poi al ristorante di Herr Nagel. E insieme, nei fine settimana, alla pizzeria Mexico, di fronte al municipio di Abano. Esperienze che ci fecero crescere e che oggi ricordiamo ancora come indimenticabili.

Dalle superiori all’università Paolo trovò la sua strada: studiò psicologia e divenne prima un ottimo professionista, poi un bravissimo manager dell’azienda che ancora oggi conduce. Ricordo bene il test di Rorschach che mi fece durante gli studi, con un profilo sorprendentemente preciso. E fu lui, proprio grazie a quelle conoscenze, a intuire per primo la vera natura della malattia che da giovane aveva colpito mia zia Annalisa.

Abbiamo condiviso viaggi, delusioni, lavori, i nostri matrimoni, le serate con gli amici di sempre — Francesco, Luisa, Luca, Enrica, Filippo, Giuliana, Sonia — e le nostre mogli, Cristina e Francesca. Abbiamo visto crescere i nostri figli, e Paolo mi è sempre stato vicino, anche nei momenti più difficili della mia vita.

Con la solidità e la calma che lo hanno sempre contraddistinto. Le stesse che avevo imparato a conoscere sulla scacchiera, e che sono rimaste il segno più vero della nostra amicizia.

domenica 24 agosto 2025

Villa Rigoni e gli anni del Leon Battista Alberti

A scuola in un luogo speciale

Non capita a tutti di andare a scuola in una villa del XVI secolo, con un viale d’ingresso alberato, finestre che guardano sul parco e una corte interna con un pozzo, oltre la quale si alza la Torre Colombara.

A me — e a molti altri della mia generazione — capitò alle superiori, tra il 1977 e il 1981. L’Istituto tecnico commerciale e per geometri “Leon Battista Alberti” aveva da poco assorbito l’Istituto Kennedy, ma non aveva ancora una sede propria. Le aule e le sezioni erano distribuite in almeno tre sedi: il Patronato Pio X ad Abano, l’ex Istituto Kennedy alle Giarre e, soprattutto, una parte del lato sinistro di Villa Rigoni, con stanze che si affacciavano sul viale e sul parco davanti, oppure verso la corte interna.

In molti avevamo scelto quell'istituto perché si trovava ad Abano e quindi più accessibile rispetto alle scuole di Padova. All’epoca non avevamo però piena consapevolezza del privilegio di studiare lì. Eravamo più presi da sit-in e proteste davanti alla Provincia per rivendicare una scuola adeguata e una sede unica per le centinaia di studenti del nostro Istituto. Lo slogan più ricorrente — rivolto all’assessore provinciale alla Pubblica Istruzione di allora, non certo l’unico responsabile della situazione — era un poco elegante ma molto ripetuto: «F…to pirla, è ora di finirla!».

Oggi il “Leon Battista Alberti” ha una sede moderna e funzionale vicino alla circonvallazione di Abano, ma allora Villa Rigoni era il cuore pulsante dell’istituto. Ospitava le classi di due sezioni e la Presidenza, prima con il Preside e poi con il vicepreside — il professor Romano, nostro insegnante di diritto ed economia. Nei primi anni la nostra aula era proprio accanto alla Presidenza, al piano terra, e dalla finestra vedevamo il vialetto d’accesso con le auto del Preside e dei professori.

In quell’aula seguivamo le lezioni della bravissima professoressa di italiano Maria Luisa Toffanin, della vivace insegnante di  inglese Valeria Bettio — inconfondibile per la chioma rossa —, del professor Elardo di Geografia, spesso vittima dei nostri scherzi, e dei docenti di materie tecniche come il cinico professor Rigoni e il sofisticato professor Sotte, sempre a bordo  della sua Citroën Mehari decappottabile. 

Il professor Romano, preparatissimo ma dal tono un po’ cantilenante, a volte non riusciva a tenere alta l’attenzione. Quando eravamo già stati interrogati, Paolino, uno dei miei migliori amici, e io — seduti agli estremi di un banco da tre — intonavamo sottovoce, in sincrono, canzoni di De André, Guccini e Vecchioni, riportate fedelmente sui nostri diari. Ne fece le spese il nostro amico Filippo, seduto in mezzo, che il professore additava come responsabile di un presunto chiacchiericcio. Forse anche per questo, alla fine della terza, Filippo fu bocciato e a noi rimase un certo senso di colpa.

Durante la ricreazione, la nostra compagna Lorena era diventata la fornitrice ufficiale di panini per tutta la sede, rimpiazzando il venditore ambulante di un tempo. Con Antonella e Morena preparava panini così buoni che arrivavano a prenderli persino dalla sede staccata del Patronato. Per questo Lorena fu convocata in Presidenza, ma l’iniziativa aveva avuto così tanto successo tra gli studenti, che il Preside Volpato se ne fece una ragione.

In quarta, alla nostra classe si unirono ragazzi e ragazze provenienti da un’altra sezione: tra questi il brillante Francesco con cui legai subito, Maria Luisa e Roberto, destinati a sposarsi e a rimanere insieme fino a oggi. Ritornarono anche, dopo una bocciatura, Gilberto e Marino, con cui condividevo la nascita in Svizzera e che ogni tanto si divertiva a parlare in romancio; mentre Italo, nato a Tripoli, ci stupiva vantando i pregi di menù a base di cavallette e mosche… che mangiava davant  a noi per dimostrarlo.

Quando la classe si ampliò, ci spostarono in un’aula più grande, sempre nel lato sinistro della villa, ma sul retro: si affacciava direttamente sulla corte interna delimitata da un muretto e da una barchessa, con un manto erboso e al centro un pozzo. Oltre, si scorgeva la Torre Colombara. Un giorno, durante l’ora di inglese, apparve un asinello a brucare l’erba mentre delle oche correvano starnazzanti. Solo l’umorismo “british” della professoressa Bettio riuscì a riportarci alla lezione.

Negli ultimi due anni, Suor Sara sostituì la professoressa Toffanin. Il rapporto con la classe non fu facile e ci fu anche un acceso scontro con Francesco e una parte di noi per un giudizio su un compito, che finì con le lacrime dell’insegnante.

In quegli anni, il terrorismo era tema ricorrente nel nostro Paese. Ricordo bene il 16 marzo 1978 e il rapimento di Aldo Moro: il giorno dopo fu proclamato uno sciopero studentesco e  noi decidemmo di occupare le aule di Villa Rigoni. Improvvisammo un dibattito in cui qualcuno arrivò a difendere le Brigate Rosse… salvo ritrovarsi due anni dopo a inneggiare al fascismo. Erano anni confusi, in cui si oscillava facilmente tra posizioni opposte; io, che mi ispiravo a idee riformiste, mi sentivo spesso a disagio.

Per fortuna c’erano figure come il mitico Roberto “Pasta” con le sue battute o Fabio che suonava il flauto traverso, a stemperare la tensione, e le gite scolastiche, che creavano e disfacevano coppie, mischiando le classi. Alcune compagne di scuola erano molto corteggiate — riservate come Nicoletta, solari come Nadia L., o più grandi come Doriana, parrucchiera con un salone proprio. Io, per un breve periodo, godetti di una “celebrità riflessa” quando arrivò a Villa Rigoni una mia lontana cugina, bellissima, che tutti volevano conoscere. Nell’ora di matematica la protagonista era invece Monica, futura atleta e allenatrice di twirling, capace di risolvere alla lavagna i problemi più ostici della professoressa Borile con il gessetto che correva veloce tra numeri e formule. Il professor Bozza, che aveva sostituito Rigoni, in realtà più che di bilanci e di partita doppia, ci parlava di politica e della vita fuori dalle aule. Ci incoraggiava a dargli del tu, ma io ci riuscii solo anni dopo, quando lo incontrammo ad una rimpatriata della classe.

Nei primi anni arrivavamo a Villa Rigoni quasi tutti in bicicletta, parcheggiandola nella rastrelliera del cortile. Io e Paolo partivamo da Monteortone - non proprio dietro l'angolo - con qualsiasi tempo. Poi arrivarono i motorini, le Vespe, e in quinta le prime auto. Io, senza patente, nei giorni di pioggia salivo volentieri sulla 127 verde bottiglia di Paolo, acquistata con i guadagni del lavoro serale in pizzeria. In molti, come noi, lavoravano nei weekend o di sera, e questo ci dava qualche possibilità in più rispetto ad altri coetanei, anche se a volte la mattina eravamo un po’ stanchi.

L’essere in una sede staccata, con la Presidenza e il fascino di Villa Rigoni, ci dava un senso di appartenenza speciale. Persino le ore di ginnastica, che richiedevano di spostarci a piedi o in bici alla palestra comunale, diventavano un vantaggio: si perdeva un pezzo di lezione, ma si guadagnava tempo insieme. Agli esami di maturità ci preparammo in gruppo, sotto il portico di Andrea F., ritrovando le aule della villa come teatro dell’ultimo atto di quei cinque anni intensi.

Oggi alcuni di noi non ci sono più — Franco, Sandra, Andrea V. — ma lo spirito dei ragazzi di Villa Rigoni è rimasto.
E ci tiene uniti, non solo nei ricordi.


venerdì 15 agosto 2025

Ferragosto

 

Ferragosto e l’amaca di Paperino

Nelle estati della mia infanzia, il 15 agosto non era fatto di pranzi infiniti o grandi riunioni di famiglia. C’era piuttosto il caldo compatto del primo pomeriggio, la strada immobile, e l’attesa di poter uscire a giocare, magari a biglie o con i “quercetti”, i tappi corona trasformati in piccole macchine da corsa.


Prima, però, arrivava il momento di Paperino. Nel silenzio di casa, con le finestre socchiuse e le cicale di sottofondo, aprivo Topolino e cercavo la storia di Ferragosto. Bastava la prima vignetta per capire che sarebbe stato un pomeriggio come tanti altri suoi: un’amaca tesa all’ombra, una bibita ghiacciata accanto, e la promessa di riposo assoluto. Poi, puntuali, arrivavano i guai.

Tra quelle che ricordo di più, Paperino e il ponte di Ferragosto, dove si prepara a una giornata di pace, ma finisce coinvolto in un’infinita serie di commissioni e malintesi che lo tengono lontano dall’amaca. Oppure Paperino e il ricevimento di Ferragosto, in cui accetta con entusiasmo un invito a un pranzo elegante per poi scoprire che dovrà sgobbare in cucina. 
O ancora Paperino e il Ferragosto al fresco, dove cerca rifugio in un bosco di montagna per sfuggire alla calura, salvo trovarsi in mezzo a una rumorosa comitiva di villeggianti.


Nell’estate del 1980, a Cavallino, Ferragosto arrivò nel pieno della stagione di lavoro all’Hotel Fenix. Le giornate si dividevano tra la reception, la sala e la spiaggia, dove davo una mano al bagnino. La pausa tra un turno e l’altro era il momento per aprire un fumetto, e non mancava mai una storia in cui Paperino si illudeva di trovare pace. Come in Paperino e il Ferragosto a ogni costo, dove organizza una gita lontano da tutti ma finisce per trasformarsi, suo malgrado, nella guida di un gruppo di turisti chiassosi.

Negli anni successivi, le pause di Ferragosto si sono ridotte a pochi giorni, ma per me restano sinonimo di vera “feria di agosto": pomeriggi spensierati, in cui la lettura di una storia di Paperino — italiana o in tedesco, lingua che sento mia quanto l’italiano — riporta quella stessa sensazione di allora. Magari Paperino e i nipotini campeggiatori, in cui il giardino si trasforma in un campo scout con marce, canti e pentole tintinnanti.

E ogni volta penso: che Ferragosto è senza Paperino e il Ferragosto rovinato?


È un filo sottile che unisce le estati sotto il fico di Sandro, quella a Cavallino e i brevi stacchi di oggi. Un piccolo rito che, anno dopo anno, accompagna il mio Ferragosto e gli regala quella leggerezza che solo Paperino sa dare.

sabato 9 agosto 2025

Le ragazze...

 

e quel passo in più

Per noi ragazzini di Monteortone, fino ai dieci-undici anni, le nostre coetanee erano soprattutto amiche, sorelle, compagne di gioco. Tutto cambiò quando, nel condominio “Manoli” — nel nuovo quartiere in costruzione vicino alle nostre case — vennero ad abitare “le gemelle”.

Erano più alte della media, con lunghi capelli chiari e, soprattutto, un sorriso identico, incorniciato da un bel viso. All’inizio era davvero difficile distinguerle; poi, conoscendole meglio, si notava che una aveva lo sguardo appena più severo — o forse solo più riservato — mentre l’altra era un po’ più dolce. Quest’ultima, dopo un piccolo incidente a un occhio, dovette portare per molto tempo una benda che, di fatto, la rendeva subito riconoscibile rispetto alla sorella.

Fu proprio lei a catturare la mia attenzione, un giorno in cui accompagnò la madre, venuta a casa nostra a presentare alla mia i prodotti dell'Avon. Le due mamme si trovarono subito in sintonia e anche noi, così che da quel momento cominciammo a uscire insieme nel quartiere con il mio fratellino nel passeggino. Ci vedevamo spesso, dopo la scuola. Con la scusa di usarla nei miei giochi di prestigio, chiesi a mia madre una fedina d’argento che avevo notato in un cassetto e la regalai alla bella gemella.

Poi, con la fine delle elementari, forse per il cambio di scuola, pian piano ci perdemmo di vista, anche se quel periodo è sempre rimasto nei miei ricordi.

Ma fu con l’arrivo alle medie che il mondo delle ragazze assunse, anche per noi di Monteortone, una nuova dimensione. Alla "Vittorino da Feltre" di Abano incontrammo nuovi compagni e nuove compagne, meno impacciate di noi; le ragazze, forse per questo, ci incuriosivano ancora di più: i lunghi grembiuloni neri — ancora in uso solo per le ragazze — nascondevano i vestiti e le forme, ma non i comportamenti, gli scherzi, le risate, i capannelli e le coppie che si formavano. Tutto era per noi motivo di attrazione.

Capitava, qualche volta, che con le più intraprendenti ci scappasse un bacio. All’ora di ginnastica, mentre noi ci cimentavamo con pertiche, corde e spalliere, loro — in tutine nere aderenti e ballerine ai piedi — si muovevano con cerchi, nastri e ruote sulla trave, diventando ai nostri occhi ancora più belle e seducenti. Con Bruno e Davide, due miei nuovi amici, finimmo per iscriverci anche al corso serale di ginnastica pur di rivederle fuori da scuola.

A dire il vero, a differenza dei miei compagni, io non ero portato per cavallo, anelli e spalliere. Così, appena cambiarono gli orari di allenamento delle ragazze, passai volentieri al basket…

Le ragazze, comunque, erano sempre “più avanti di noi”: qualcuna aveva già un ragazzo più grande che l’aspettava fuori da scuola, chi con la Vespa e chi addirittura con l’auto.

Io, invece, cresciuto in un universo femminile — una nonna, tre zie, mia mamma, un fratello più piccolo di nove anni e un solo zio, con mio padre spesso via per lavoro — ero abituato a conversazioni e confidenze di ogni genere. Forse per questo, durante le ore di educazione artistica, in quell’aula da disegno grande e luminosa dove ci si poteva sedere liberamente, capitava spesso che accanto a me si accomodasse qualche compagna che, più che vedermi come “un possibile ragazzo”, mi sceglieva come ascoltatore fidato.

Così passarono le medie: tra i primi sguardi maliziosi, i primi baci, le prime carezze e le nostre ingenuità. Stavamo diventando grandi… ma loro, le ragazze, sempre un passo avanti a noi.

sabato 2 agosto 2025

Le Colombo da dieci

 

Il fumo e le prime avventure

Fumare fa male, e oggi ne siamo più o meno tutti consapevoli. Non è sempre stato così, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, quando i modelli — nel cinema, nei fumetti, nella vita — mostravano spesso la sigaretta stretta tra le labbra, nuvole di fumo soffiate di lato o aspirate voluttuosamente.

Era quindi abbastanza inevitabile che un ragazzino tra gli undici e i quattordici anni fosse attratto dai pacchetti colorati e dai nomi, a volte stranieri come HB, Roy, Marlboro, Kent, e dalle italianissime MS del Monopolio di Stato, senza dimenticare le diffusissime Nazionali, le Alfa, le Muratti Ambassador, le Diana, le Lido e le famose Colombo. E fu proprio con queste ultime che sperimentai per la prima volta il fumo di una sigaretta.

In quinta elementare arrivarono nella mia classe due nuovi compagni: Antonio e Giovanni, quest’ultimo ripetente. Entrambi avevano lo stesso cognome di mio cugino Michele, e io iniziai a dire loro che forse eravamo parenti alla lontana. Un modo come un altro per avvicinarmi a quei ragazzi, un po’ più vivaci e sregolati di quelli che ero solito frequentare. Antonio, ricciolino e allegro, era sempre pronto alla battuta per fare ridere la classe; Giovanni, i capelli un po’ lunghi, lo sguardo misterioso e un po’ sfuggente, proponeva spesso qualche gioco non sempre ortodosso come colpire i lampioni con la fionda.  Noi ragazzi eravamo inevitabilmente attratti dai due nuovi arrivati e anch’io mi feci coinvolgere nelle loro iniziative, tanto che la dolcissima maestra Annamaria si preoccupò e chiese di parlare con mia mamma.

Con Antonio, Giovanni e altri compagni avevamo formato una piccola banda. Iniziammo qualche scorribanda nei campi vicino a casa, costruendo capanne tra gli alberi e una volta anche accanto a un vecchio manufatto in muratura dell’ENEL. Avevamo coltellini, briccole, fionde. Poi qualcuno disse che dovevamo procurarci anche delle sigarette. Io ne sfilai un paio dal pacchetto nella tasca della giacca di mio papà, appesa all’ingresso. Ma non bastavano per tutti, e non avevamo abbastanza soldi per comprarne.

Fu allora che Giovanni ebbe l’idea di “procurarle” direttamente dal tabaccaio. Vicino alle stradine dove abitavamo c’era la tabaccheria-cartoleria di Amedeo, dove andavamo spesso a comprare penne, matite, quaderni e album da disegno per la scuola. Un pomeriggio entrammo in cinque. Il negozio era piccolo, e si creò subito un po’ di confusione. Io e Andrea ci avvicinammo alla parte dei materiali scolastici e cominciammo a chiedere ad Amedeo di mostrarci tutti gli album da disegno, sostenendo che la maestra ne voleva uno di un formato particolare.

Mentre Amedeo si affannava a cercare i formati giusti, Antonio e Giovanni si avvicinarono al bancone e, con un gesto rapido, sfilarono un pacchetto di Colombo da dieci — le più vicine e a portata di mano. Uscimmo tutti insieme, senza aver comprato alcun album, ma con la piccola, preziosa refurtiva in tasca.

Nessuno di noi poteva portare a casa il pacchetto, e nasconderlo nella capanna avrebbe comportato il rischio che si bagnasse. Nel campo di fronte alla nostra via c’era però un vecchio abbeveratoio, il cui basamento aveva un mattone mobile. Tolto quello, si poteva nascondere dentro il pacchetto di sigarette insieme a una scatola di fiammiferi svedesi, presi dalla cucina di casa da uno di noi.

Il giorno dopo tornammo a recuperare il tutto e, nella capanna vicino alla cabina dell’ENEL, si consumò il rito collettivo della nostra prima sigaretta: una Colombo. Tra un colpo di tosse e una risata, ci sentivamo grandi. Tornammo ciascuno a casa con i vestiti impregnati dell’odore acre del tabacco. I miei genitori, che fumavano entrambi, forse non se ne accorsero. Ma la mamma del mio compagno Enrico sì, e qualche giorno dopo, quando andai a casa sua per fare i compiti insieme, dopo il tè ci disse con un tono a metà tra il severo e il divertito: «Se proprio volete fumare, fumate queste». Le provammo lì, davanti a lei, ma il gusto del proibito era svanito, e quello della finta sigaretta non era affatto buono.

Qualche anno dopo fumai ancora qualche sigaretta, ma smisi di colpo quando risultai positivo a uno di quei test per la tubercolosi che allora si facevano con il cerotto applicato sul torace. Mi furono prescritte cinque pastiglie al giorno, e visite periodiche alla Casa Rossa, dietro la stazione di Padova.

Non fumai più sigarette. Solo una volta, a diciassette anni, in Inghilterra, attratto dal pacchetto dorato delle Benson & Hedges. Da adulto ho fumato soprattutto la pipa, e qualche volta dei sigarilli alla vaniglia della Dannemann ma solo un paio, in vacanza in Austria, passeggiando sulle rive del Wörthersee.


Oggi la mia collezione di pipe fa bella mostra di sé nella biblioteca di casa. Le accendo raramente, ma ogni tanto mi capita di pensare al pacchetto rosso e bianco delle Colombo da dieci, e a quel primo colpo di tosse, nella capanna dietro la cabina dell’ENEL.

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.     Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo  però  fermati a cena, perc...