Il filo di un’amicizia
C’è stato un periodo, ai tempi delle superiori, in cui ho giocato molto a scacchi. A dire il vero, la passione per gli scacchi, più che per la dama o la trea, inizio da bambino, quando seguivo i tornei che i ragazzi più grandi disputavano all’aperto nei vialetti di Monteortone. Ma fu solo in terza superiore, quando mi ritrovai in classe con Paolo dopo qualche anno di distacco, che gli scacchi diventarono per noi un appuntamento costante.
Il più delle volte ci trovavamo a casa mia, nel mio piccolo studiolo: un trumeau-scrivania, un divano letto di velluto verde su cui dormiva mio zio Peter quando veniva dalla Germania, una libreria con sopra il mangiacassette a doppia piastra. Finite le ore di studio, mettevamo via i libri e aprivamo la mia scacchiera da viaggio: in legno, con base e pezzi magnetici, regalo di mio zio Oddone — padrino della mia cresima — insieme a un modernissimo Tissot.
Concentratissimi, decidevamo a sorte chi avrebbe mosso per primo. Quando toccava a me, iniziavo quasi sempre con l’apertura di Donna, d1-d4, e poi seguivo con un sistema difensivo abbastanza prevedibile, fondato sui pedoni che si proteggevano a vicenda o che difendevano figure più importanti. Paolo invece osava di più, variava le mosse, e alla fine riusciva quasi sempre a prevalere. Ricordo un inverno in cui fissammo un obiettivo: avrebbe vinto chi per primo fosse arrivato a cento partite sull’altro. Non rammento il punteggio esatto, ma Paolo raggiunse le cento vittorie staccandomi di parecchio.
Durante le nostre partite da lui ascoltavamo Meat Loaf o i Deep Purple, da me qualche volta la Nona di Beethoven o il Concerto KV 467 di Mozart. Le nostre mamme ci portavano il tè con i biscotti, scandendo piccole pause tra una mossa e l’altra.
Quelle partite sono il centro di una vita trascorsa assieme. Con Paolo ci conosciamo fin dall’asilo delle suore del “Mamma Margherita”: entrambi insofferenti al riposino pomeridiano sulle sdraio, preferivamo ritagliare e colorare sagome di presepi nel polistirolo. Poi le elementari alla scuola “Flavio Busonera”, con i compagni Paolo S. e Paolo P. Ricordo il premio ricevuto dal sindaco Talami il 25 aprile 1973: un volume sulla Resistenza e Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, per una ricerca che avevamo fatto proprio noi quattro — io, Paolo (che tutti chiamavano Paolino), Paolo S. e Paolo P. — su “Pippo”, l’aereo alleato che nelle notti di guerra sorvolava la pianura padana. Avevamo intervistato anziani e sopravvissuti, raccolto appunti sui quaderni, facendoci raccontare paure e stenti di quegli anni.
Alle medie ci perdemmo di vista: lui studiava francese, io tedesco. Ci ritrovammo poi alle superiori, a Villa Rigoni, quando in terza alcune classi furono unite. Da allora non ci siamo più persi. Con Paolo ho condiviso anche una rocambolesca estate in Germania: prima lavorando allo Steigenberger Airport Hotel di Francoforte, poi al ristorante di Herr Nagel. E insieme, nei fine settimana, alla pizzeria Mexico, di fronte al municipio di Abano. Esperienze che ci fecero crescere e che oggi ricordiamo ancora come indimenticabili.
Dalle superiori all’università Paolo trovò la sua strada: studiò psicologia e divenne prima un ottimo professionista, poi un bravissimo manager dell’azienda che ancora oggi conduce. Ricordo bene il test di Rorschach che mi fece durante gli studi, con un profilo sorprendentemente preciso. E fu lui, proprio grazie a quelle conoscenze, a intuire per primo la vera natura della malattia che da giovane aveva colpito mia zia Annalisa.
Abbiamo condiviso viaggi, delusioni, lavori, i nostri matrimoni, le serate con gli amici di sempre — Francesco, Luisa, Luca, Enrica, Filippo, Giuliana, Sonia — e le nostre mogli, Cristina e Francesca. Abbiamo visto crescere i nostri figli, e Paolo mi è sempre stato vicino, anche nei momenti più difficili della mia vita.
Con la solidità e la calma che lo hanno sempre
contraddistinto. Le stesse che avevo imparato a conoscere sulla scacchiera, e
che sono rimaste il segno più vero della nostra amicizia.