Il fumo e le prime avventure
Fumare fa male, e oggi ne
siamo più o meno tutti consapevoli. Non è sempre stato così, soprattutto negli
anni Sessanta e Settanta, quando i modelli — nel cinema, nei fumetti, nella
vita — mostravano spesso la sigaretta stretta tra le labbra, nuvole di fumo
soffiate di lato o aspirate voluttuosamente.
Era quindi abbastanza inevitabile che un ragazzino tra gli undici e i
quattordici anni fosse attratto dai pacchetti colorati e dai nomi, a volte
stranieri come HB, Roy, Marlboro, Kent, e dalle italianissime MS del Monopolio
di Stato, senza dimenticare le diffusissime Nazionali, le Alfa, le Muratti
Ambassador, le Diana, le Lido e le famose Colombo. E fu proprio con queste
ultime che sperimentai per la prima volta il fumo di una sigaretta.
In quinta elementare arrivarono nella mia classe due nuovi compagni: Antonio e
Giovanni, quest’ultimo ripetente. Entrambi avevano lo stesso cognome di mio
cugino Michele, e io iniziai a dire loro che forse eravamo parenti alla
lontana. Un modo come un altro per avvicinarmi a quei ragazzi, un po’ più
vivaci e sregolati di quelli che ero solito frequentare. Antonio, ricciolino e
allegro, era sempre pronto alla battuta per fare ridere la classe; Giovanni, i capelli
un po’ lunghi, lo sguardo misterioso e un po’ sfuggente, proponeva spesso
qualche gioco non sempre ortodosso come colpire i lampioni con la fionda. Noi ragazzi eravamo inevitabilmente attratti dai
due nuovi arrivati e anch’io mi feci coinvolgere nelle loro iniziative, tanto
che la dolcissima maestra Annamaria si preoccupò e chiese di parlare con mia
mamma.
Con Antonio, Giovanni e altri compagni avevamo formato una piccola banda.
Iniziammo qualche scorribanda nei campi vicino a casa, costruendo capanne tra
gli alberi e una volta anche accanto a un vecchio manufatto in muratura
dell’ENEL. Avevamo coltellini, briccole, fionde. Poi qualcuno disse che
dovevamo procurarci anche delle sigarette. Io ne sfilai un paio dal pacchetto
nella tasca della giacca di mio papà, appesa all’ingresso. Ma non bastavano per
tutti, e non avevamo abbastanza soldi per comprarne.
Fu allora che Giovanni ebbe l’idea di “procurarle” direttamente dal tabaccaio.
Vicino alle stradine dove abitavamo c’era la tabaccheria-cartoleria di Amedeo,
dove andavamo spesso a comprare penne, matite, quaderni e album da disegno per
la scuola. Un pomeriggio entrammo in cinque. Il negozio era piccolo, e si creò
subito un po’ di confusione. Io e Andrea ci avvicinammo alla parte dei
materiali scolastici e cominciammo a chiedere ad Amedeo di mostrarci tutti gli
album da disegno, sostenendo che la maestra ne voleva uno di un formato
particolare.
Mentre Amedeo si affannava a cercare i formati giusti, Antonio e Giovanni si
avvicinarono al bancone e, con un gesto rapido, sfilarono un pacchetto di
Colombo da dieci — le più vicine e a portata di mano. Uscimmo tutti insieme,
senza aver comprato alcun album, ma con la piccola, preziosa refurtiva in
tasca.
Nessuno di noi poteva portare a casa il pacchetto, e nasconderlo nella capanna
avrebbe comportato il rischio che si bagnasse. Nel campo di fronte alla nostra
via c’era però un vecchio abbeveratoio, il cui basamento aveva un mattone
mobile. Tolto quello, si poteva nascondere dentro il pacchetto di sigarette
insieme a una scatola di fiammiferi svedesi, presi dalla cucina di casa da uno
di noi.
Il giorno dopo tornammo a recuperare il tutto e, nella capanna vicino alla
cabina dell’ENEL, si consumò il rito collettivo della nostra prima sigaretta:
una Colombo. Tra un colpo di tosse e una risata, ci sentivamo grandi. Tornammo
ciascuno a casa con i vestiti impregnati dell’odore acre del tabacco. I miei
genitori, che fumavano entrambi, forse non se ne accorsero. Ma la mamma del mio
compagno Enrico sì, e qualche giorno dopo, quando andai a casa sua per fare i compiti
insieme, dopo il tè ci disse con un tono a metà tra il severo e il divertito:
«Se proprio volete fumare, fumate queste». Le provammo lì, davanti a lei, ma il
gusto del proibito era svanito, e quello della finta sigaretta non era affatto
buono.
Qualche anno dopo fumai
ancora qualche sigaretta, ma smisi di colpo quando risultai positivo a uno di
quei test per la tubercolosi che allora si facevano con il cerotto applicato
sul torace. Mi furono prescritte cinque pastiglie al giorno, e visite
periodiche alla “Casa Rossa”, dietro la stazione di Padova.
Non fumai più sigarette. Solo una volta, a diciassette anni, in Inghilterra, attratto dal pacchetto
dorato delle Benson & Hedges. Da adulto ho fumato soprattutto la pipa, e
qualche volta dei sigarilli alla vaniglia della Dannemann — ma solo un paio, in vacanza in
Austria, passeggiando sulle rive del Wörthersee.
Oggi la mia collezione di pipe fa bella mostra di sé nella biblioteca di casa.
Le accendo raramente, ma ogni tanto mi capita di pensare al pacchetto rosso e
bianco delle Colombo da dieci, e a quel primo colpo di tosse, nella capanna
dietro la cabina dell’ENEL.
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