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sabato 2 agosto 2025

Le Colombo da dieci

 

Il fumo e le prime avventure

Fumare fa male, e oggi ne siamo più o meno tutti consapevoli. Non è sempre stato così, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, quando i modelli — nel cinema, nei fumetti, nella vita — mostravano spesso la sigaretta stretta tra le labbra, nuvole di fumo soffiate di lato o aspirate voluttuosamente.

Era quindi abbastanza inevitabile che un ragazzino tra gli undici e i quattordici anni fosse attratto dai pacchetti colorati e dai nomi, a volte stranieri come HB, Roy, Marlboro, Kent, e dalle italianissime MS del Monopolio di Stato, senza dimenticare le diffusissime Nazionali, le Alfa, le Muratti Ambassador, le Diana, le Lido e le famose Colombo. E fu proprio con queste ultime che sperimentai per la prima volta il fumo di una sigaretta.

In quinta elementare arrivarono nella mia classe due nuovi compagni: Antonio e Giovanni, quest’ultimo ripetente. Entrambi avevano lo stesso cognome di mio cugino Michele, e io iniziai a dire loro che forse eravamo parenti alla lontana. Un modo come un altro per avvicinarmi a quei ragazzi, un po’ più vivaci e sregolati di quelli che ero solito frequentare. Antonio, ricciolino e allegro, era sempre pronto alla battuta per fare ridere la classe; Giovanni, i capelli un po’ lunghi, lo sguardo misterioso e un po’ sfuggente, proponeva spesso qualche gioco non sempre ortodosso come colpire i lampioni con la fionda.  Noi ragazzi eravamo inevitabilmente attratti dai due nuovi arrivati e anch’io mi feci coinvolgere nelle loro iniziative, tanto che la dolcissima maestra Annamaria si preoccupò e chiese di parlare con mia mamma.

Con Antonio, Giovanni e altri compagni avevamo formato una piccola banda. Iniziammo qualche scorribanda nei campi vicino a casa, costruendo capanne tra gli alberi e una volta anche accanto a un vecchio manufatto in muratura dell’ENEL. Avevamo coltellini, briccole, fionde. Poi qualcuno disse che dovevamo procurarci anche delle sigarette. Io ne sfilai un paio dal pacchetto nella tasca della giacca di mio papà, appesa all’ingresso. Ma non bastavano per tutti, e non avevamo abbastanza soldi per comprarne.

Fu allora che Giovanni ebbe l’idea di “procurarle” direttamente dal tabaccaio. Vicino alle stradine dove abitavamo c’era la tabaccheria-cartoleria di Amedeo, dove andavamo spesso a comprare penne, matite, quaderni e album da disegno per la scuola. Un pomeriggio entrammo in cinque. Il negozio era piccolo, e si creò subito un po’ di confusione. Io e Andrea ci avvicinammo alla parte dei materiali scolastici e cominciammo a chiedere ad Amedeo di mostrarci tutti gli album da disegno, sostenendo che la maestra ne voleva uno di un formato particolare.

Mentre Amedeo si affannava a cercare i formati giusti, Antonio e Giovanni si avvicinarono al bancone e, con un gesto rapido, sfilarono un pacchetto di Colombo da dieci — le più vicine e a portata di mano. Uscimmo tutti insieme, senza aver comprato alcun album, ma con la piccola, preziosa refurtiva in tasca.

Nessuno di noi poteva portare a casa il pacchetto, e nasconderlo nella capanna avrebbe comportato il rischio che si bagnasse. Nel campo di fronte alla nostra via c’era però un vecchio abbeveratoio, il cui basamento aveva un mattone mobile. Tolto quello, si poteva nascondere dentro il pacchetto di sigarette insieme a una scatola di fiammiferi svedesi, presi dalla cucina di casa da uno di noi.

Il giorno dopo tornammo a recuperare il tutto e, nella capanna vicino alla cabina dell’ENEL, si consumò il rito collettivo della nostra prima sigaretta: una Colombo. Tra un colpo di tosse e una risata, ci sentivamo grandi. Tornammo ciascuno a casa con i vestiti impregnati dell’odore acre del tabacco. I miei genitori, che fumavano entrambi, forse non se ne accorsero. Ma la mamma del mio compagno Enrico sì, e qualche giorno dopo, quando andai a casa sua per fare i compiti insieme, dopo il tè ci disse con un tono a metà tra il severo e il divertito: «Se proprio volete fumare, fumate queste». Le provammo lì, davanti a lei, ma il gusto del proibito era svanito, e quello della finta sigaretta non era affatto buono.

Qualche anno dopo fumai ancora qualche sigaretta, ma smisi di colpo quando risultai positivo a uno di quei test per la tubercolosi che allora si facevano con il cerotto applicato sul torace. Mi furono prescritte cinque pastiglie al giorno, e visite periodiche alla Casa Rossa, dietro la stazione di Padova.

Non fumai più sigarette. Solo una volta, a diciassette anni, in Inghilterra, attratto dal pacchetto dorato delle Benson & Hedges. Da adulto ho fumato soprattutto la pipa, e qualche volta dei sigarilli alla vaniglia della Dannemann ma solo un paio, in vacanza in Austria, passeggiando sulle rive del Wörthersee.


Oggi la mia collezione di pipe fa bella mostra di sé nella biblioteca di casa. Le accendo raramente, ma ogni tanto mi capita di pensare al pacchetto rosso e bianco delle Colombo da dieci, e a quel primo colpo di tosse, nella capanna dietro la cabina dell’ENEL.

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