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sabato 9 agosto 2025

Le ragazze...

 

e quel passo in più

Per noi ragazzini di Monteortone, fino ai dieci-undici anni, le nostre coetanee erano soprattutto amiche, sorelle, compagne di gioco. Tutto cambiò quando, nel condominio “Manoli” — nel nuovo quartiere in costruzione vicino alle nostre case — vennero ad abitare “le gemelle”.

Erano più alte della media, con lunghi capelli chiari e, soprattutto, un sorriso identico, incorniciato da un bel viso. All’inizio era davvero difficile distinguerle; poi, conoscendole meglio, si notava che una aveva lo sguardo appena più severo — o forse solo più riservato — mentre l’altra era un po’ più dolce. Quest’ultima, dopo un piccolo incidente a un occhio, dovette portare per molto tempo una benda che, di fatto, la rendeva subito riconoscibile rispetto alla sorella.

Fu proprio lei a catturare la mia attenzione, un giorno in cui accompagnò la madre, venuta a casa nostra a presentare alla mia i prodotti dell'Avon. Le due mamme si trovarono subito in sintonia e anche noi, così che da quel momento cominciammo a uscire insieme nel quartiere con il mio fratellino nel passeggino. Ci vedevamo spesso, dopo la scuola. Con la scusa di usarla nei miei giochi di prestigio, chiesi a mia madre una fedina d’argento che avevo notato in un cassetto e la regalai alla bella gemella.

Poi, con la fine delle elementari, forse per il cambio di scuola, pian piano ci perdemmo di vista, anche se quel periodo è sempre rimasto nei miei ricordi.

Ma fu con l’arrivo alle medie che il mondo delle ragazze assunse, anche per noi di Monteortone, una nuova dimensione. Alla "Vittorino da Feltre" di Abano incontrammo nuovi compagni e nuove compagne, meno impacciate di noi; le ragazze, forse per questo, ci incuriosivano ancora di più: i lunghi grembiuloni neri — ancora in uso solo per le ragazze — nascondevano i vestiti e le forme, ma non i comportamenti, gli scherzi, le risate, i capannelli e le coppie che si formavano. Tutto era per noi motivo di attrazione.

Capitava, qualche volta, che con le più intraprendenti ci scappasse un bacio. All’ora di ginnastica, mentre noi ci cimentavamo con pertiche, corde e spalliere, loro — in tutine nere aderenti e ballerine ai piedi — si muovevano con cerchi, nastri e ruote sulla trave, diventando ai nostri occhi ancora più belle e seducenti. Con Bruno e Davide, due miei nuovi amici, finimmo per iscriverci anche al corso serale di ginnastica pur di rivederle fuori da scuola.

A dire il vero, a differenza dei miei compagni, io non ero portato per cavallo, anelli e spalliere. Così, appena cambiarono gli orari di allenamento delle ragazze, passai volentieri al basket…

Le ragazze, comunque, erano sempre “più avanti di noi”: qualcuna aveva già un ragazzo più grande che l’aspettava fuori da scuola, chi con la Vespa e chi addirittura con l’auto.

Io, invece, cresciuto in un universo femminile — una nonna, tre zie, mia mamma, un fratello più piccolo di nove anni e un solo zio, con mio padre spesso via per lavoro — ero abituato a conversazioni e confidenze di ogni genere. Forse per questo, durante le ore di educazione artistica, in quell’aula da disegno grande e luminosa dove ci si poteva sedere liberamente, capitava spesso che accanto a me si accomodasse qualche compagna che, più che vedermi come “un possibile ragazzo”, mi sceglieva come ascoltatore fidato.

Così passarono le medie: tra i primi sguardi maliziosi, i primi baci, le prime carezze e le nostre ingenuità. Stavamo diventando grandi… ma loro, le ragazze, sempre un passo avanti a noi.

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