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domenica 25 maggio 2025

Italia-Germania, eterno dilemma

 

Italia-Germania, eterno dilemma

Il primo capitolo — e forse il più memorabile — dell’eterna sfida tra Italia e Germania cominciò in una sera di giugno del 1970 a Città del Messico.  Io a quell'epoca avevo otto anni e da figlio di mamma tedesca e papà italiano ero combattuto tra le mie due identità.
Quella che poi fu definita “la partita del secolo”, si giocò a mezzanotte, ora italiana. Non tutti quindi la videro in diretta. Ma il giorno dopo, la RAI mandò in onda la replica in prima serata. L’Italia intera si piazzò davanti al televisore. Non io. Quando riandò in onda la telecronaca di Nando Martellini non riuscii a rimanere in casa. Conoscevamo già il risultato, 4 a 3 per l’Italia, dopo i supplementari. Così presi la bici e uscii. Le strade erano vuote, il mio quartiere sembrava sospeso. Ma ad ogni goal rivissuto un boato rompeva il silenzio.  La partita era stata tutto un alternarsi di emozioni e di rovesciamenti di fronte: Boninsegna al 9' portava in vantaggio l’Italia poi Schnellinger al 90' che pareggiava per la Germania, l’unico gol in maglia tedesca per lui, milanista come Rivera. Già: Rivera! Entrato in campo al primo minuto del secondo tempo supplementare, segnò il gol decisivo al 111' decretando il trionfo dell'Italia e la mesta sconfitta di un'eroica Germania. Beckenbauer, che aveva giocato con il braccio fasciato, divenne l’emblema di quella squadra. Ricordo che il giorno dopo i miei amici sfottevano "i tedeschi", e mi sentii coinvolto. A quel tempo non sapevo ancora per chi tifare tra Italia e Germania, ma allora capii che tendevo a parteggiare per chi era stato sconfitto.
Dodici anni dopo, l’11 luglio 1982, allo Stadio Bernabeu di Madrid si giocò un’altra finale: ancora Italia contro Germania Ovest. In tribuna anche il Presidente Sandro Pertini e il cancelliere Helmut Schmidt. Io avevo vent’anni e non ero in Italia. Mi trovavo in Austria, da quella che pensavo fosse ancora la mia ragazza. L’avevo conosciuta qualche estate prima, quando lavoravo all’Hotel Fenix di Cavallino dove lei era in vacanza con la nonna. Ma quella sera, nel salotto della sua casa, scoprii che si era messa con uno, Helmut, che tifava Germania, con un entusiasmo che stonava. Io, stranamente, non parteggiavo. La partita finì male per Helmut, bene per l’Italia che esplose nel secondo tempo: prima Rossi, poi Tardelli con quella corsa liberatoria e infine Altobelli all’81'. Breitner accorciò all'83', ma era tardi. Dino Zoff alzò la Coppa al cielo e io me ne uscii fuori a camminare. Poi tornammo tutti amici, almeno per quella sera, ascoltando insieme Ebony and Ivory di Paul McCartney e Stevie Wonder.
Quando l’Italia vinse ancora nel 2006 e poi nel 2012, intorno a me tutti festeggiarono, io ancora no.
Poi venne il 2014, e per me fu come chiudere un cerchio, ma senza nessuno scontro diretto tra italiani e tedeschi. In Brasile, la Germania vinse il suo quarto titolo mondiale, superando l’Argentina con un gol di Mario Götze al 113'. Neuer fu premiato come miglior giocatore, Lahm guidava con sobrietà, Klose superava Ronaldo con 16 gol nella storia dei Mondiali. Quando rientrarono a Berlino, vidi le immagini dei festeggiamenti alla Porta di Brandeburgo, la squadra che cantava Atemlos durch die Nacht con Helene Fischer, e mi emozionai. Era una Germania diversa, multietnica, inclusiva.  E quel bambino del ’70, che pedalava da solo nella via deserta, si era finalmente riconciliato con entrambe le sue metà.

sabato 17 maggio 2025

La TV dei ragazzi

La TV dei ragazzi

La aspettavamo con trepidazione, soprattutto d’inverno, quando fuori faceva buio presto e si tornava a casa col freddo addosso. Alle 17.45, subito dopo il primo telegiornale, cominciava “La TV dei ragazzi”. Bastava quell’orario per farci salire a casa di mia nonna, al piano sopra il nostro, a Monteortone.
Non erano molte le famiglie ad avere una televisione e per questo i miei amici Andrea ed Ermes venivano a vederla da noi. Era un apparecchio a valvole, col tubo catodico che impiegava qualche minuto ad accendersi. Si doveva sintonizzare Rai Uno con le manopole, e a volte sistemare l’antenna per fare apparire le immagini, sempre in bianco e nero.
Ci sistemavamo attorno al grande tavolo di legno, sulle sedie alte, imbottite, con lo schienale nero. Mia nonna arrivava con il tè caldo e i biscotti, mentre noi ci preparavamo a immergerci in quel mondo di storie e personaggi.
I rulli di tamburo annunciavano l’inizio, seguiti da una marcia su cui sfilavano bambini stilizzati, tenuti per mano, come ritagliati da un giornale. Poi cominciava il programma.
C’erano I racconti del faro, sempre un po’ cupi. I ragazzi di Padre Tobia, con la marcetta “Chi trova un amico trova un tesoro…”. Poi il regno di Gianni e il magico Alvermann, Zorro con Diego de la Vega e il muto Bernardo, Robinson Crusoe nella sua isola selvaggia con il fedele Venerdì, Rin Tin Tin con Rusty in cui tutti ci immedisavamo, Thierry La Fronde con la sua fionda infallibile.
I cartoni di Hanna e Barbera ci facevano viaggiare nel tempo con I Pronipoti e Gli Antenati e ancora l’orso Yogi e Bubu. Poi arrivarono anche le storie dei bambini del Nord Europa: Emil, con i suoi disastri innocenti, e Pippi Calzelunghe, con Annika e Tommy, che vivevano in una casa colorata piena di libertà e fantasia. Erano mondi lontani, ma ci sembravano vicini.
Durante la settimana, anche il ritorno da scuola aveva i suoi appuntamenti. Il martedì c’erano Braccobaldo, Mister Magoo e Gustavo, quello strano omino ungherese. Il venerdì, Tom Sawyer e Huckleberry Finn, che navigavano lungo il Mississippi fischiettando, mentre l’indiano Joe con il suo coltello ci faceva venire i brividi. E il sabato, quando la settimana scolastica finiva, arrivava Oggi le comiche: Stanlio e Ollio, Charlie Chaplin, Buster Keaton. Poi, come sempre, il telegiornale.
E fu proprio durante il telegiornale dell’ora di pranzo, lunedì 21 luglio 1969, la scuola era finita, che ascoltammo una notizia straordinaria. Le immagini in bianco e nero della televisione mostravano Neil Armstrong che alle 4.56 di quel mattino aveva messo piede sulla Luna, seguito da Buzz Aldrin. Il cronista della RAI, Tito Stagno, aveva raccontato l’evento con la voce emozionata, mentre Ruggero Orlando traduceva da Houston.
Noi bambini lo scoprimmo così, tra un boccone e l’altro, in cucina. Non capivamo tutto, ma sapevamo che era successo qualcosa di grande.
Poi, come ogni pomeriggio, tornammo a sederci davanti alla TV dei ragazzi.


La 850 celeste

 La 850 Celeste 

 La Fiat 850 è stata la prima auto della mia famiglia. Ricordo ancora l’emozione di quel giorno: tre squilli di un clacson festante annunciarono il ritorno di mio papà. Era andato a prenderla dal concessionario, e noi lo aspettavamo. Alla finestra della cucina, nell’appartamento al piano di sopra della casa dove abitavamo tutti insieme — mia mamma, mia nonna, le tre sorelle e il fratello di mio padre — ci affacciammo di colpo. Poi scendemmo di corsa per le scale, e in pochi secondi eravamo tutti lì, nel vialetto a fianco casa, a circondare la macchina. Fu in quel momento che imparai il nome del modello: Fiat 850. Era di un celeste chiaro, con i sedili rosso fiammante bordati di bianco. Con lei arrivarono le prime vere gite al mare, rigorosamente di mercoledì: ogni quindici giorni, il giorno di riposo di mio papà, che faceva il maître negli alberghi di Abano. Si partiva verso le nove e mezza, e a volte veniva con noi anche il mio amico Ermes. La meta era quasi sempre la spiaggia libera di Rosolina Mare. L’auto, parcheggiata direttamente sulla sabbia, diventava il nostro campo base: sportello aperto, ombrellone piantato lì accanto, un asciugamano a far da tenda. Mio padre scavava una buca nella sabbia fino a trovare l’acqua del mare, che risaliva lentamente, fresca. Poi via: bagno, sabbia, partite a pallone, qualche volta anche le biglie. Verso le cinque si tornava a casa, stanchi ma felici. Quella macchina ci accompagnava ovunque. Anche all’estero. La 850 ci portò in Germania, a trovare la nonna tedesca, la mamma di mia mamma, a Francoforte sul Meno. Uno dei pochi ricordi che ho di lei è quando ci aprì la porta del suo appartamento. E poi, nel pomeriggio, quel gelato preso sulla terrazza del Kaufhof, un grande magazzino lì vicino. Ero così emozionato che, istintivamente, ci soffiavo sopra come se fosse troppo caldo. Il viaggio era lungo. Così, con la nostra 850, facevamo tappa in Austria, a Seefeld in Tirolo. La salita era dura per quella piccola utilitaria. Eppure, proprio lì avremmo passato anche altre estati, per anni. Un altro viaggio ci portò in Svizzera. I miei genitori avevano lavorato lì, prima che io nascessi: a Pontresina, a Lucerna — dove sono nato — e a Lenzerheide, dove fecero anche una stagione assieme, affidandomi a una brava balia che era stata anche la mia levatrice. Ricordo un viaggio verso Berna, per andare a trovare un’amica di famiglia, Simone. Credo che allora la galleria del San Gottardo non fosse ancora aperta, così caricammo l’auto sul treno. E fu forse sogno, o realtà, ma mentre arrivavamo a Berna, vidi nel dormiveglia la sagoma dell’orso, simbolo della città, e la neve che forse iniziava a cadere. Poi parcheggiammo sotto casa di Simone. La Fiat 850 ci restò accanto per molti anni, finché non arrivò una Fiat 128 bianca. Ma prima ancora delle automobili c’era stata la Lambretta bianco-verde, ereditata da mio padre dopo la morte del nonno, che non avevo mai conosciuto. Due posti: papà davanti, mamma sul sellino dietro, e io in piedi sul pianale, aggrappato al manubrio. Da Monteortone a Rosolina, sugli argini, era un viaggio infinito. Spesso dovevamo fermarci perché io… non resistevo più, e papà accostava per farmi fare pipì sul ciglio della strada. La Lambretta e la 850 sono i primi mezzi a motore su cui io abbia viaggiato. E forse è per questo che l’unica targa che ricordo ancora oggi è quella: PD165412.

venerdì 16 maggio 2025

Le biglie

 Le biglie 

D’estate, da bambini, c’era un’ora precisa in cui la strada tornava a vivere: verso le quattro del pomeriggio. Prima faceva troppo caldo, e tutti stavano in casa a riposare. Ma a quell’ora, come per un’intesa silenziosa, ci ritrovavamo davanti al garage di Sandro. Sotto l’ombra generosa di un grande fico, toglievamo un po’ di ghiaino e iniziavamo a tracciare piste e circuiti. Erano vere arene di terra e sabbia, dove si correvano interminabili gare con le biglie. Ogni biglia portava il nome e il volto di un nostro campione del ciclismo: Felice Gimondi, Eddy Merckx, Adorni, Bitossi. Partite lunghissime, piene di sorpassi, di sfide, di risate e anche di qualche piccola lite, che finiva sempre con una pacca e un “rifacciamo”. Ogni tanto passava Beppino, il fratello maggiore di Sandro, che però sembrava più piccolo. Era mezzo cieco, un po’ ritardato, sempre accompagnato dalla zia. Si fermava a guardarci, ascoltava le nostre grida e commentava con voce incerta, poi riprendeva la sua passeggiata tranquilla, come se il tempo fosse tutto suo. E quando ci stancavamo del Giro d’Italia, bastava un attimo per trasformare le biglie in bolidi di Formula Uno. La pista diventava Monza, e l’asfalto immaginato ospitava le Ferrari, le McLaren, con Niki Lauda, Clay Regazzoni e gli altri piloti dell’epoca. Curve, sorpassi, fermate ai box: tutto con un colpo di dito. Si andava avanti fino alle sette, quando le nostre mamme ci chiamavano per cena. Ognuno correva nella sua casa, ma dopo aver mangiato ci si ritrovava di nuovo. Stavolta si giocava a nascondino, giù nelle cantine delle case operaie, dietro i muretti, nei sottoscala, o nei punti più bui e silenziosi. E quando qualcuno riusciva a toccare per primo la base, gridava forte nella stradina mezza illuminata: “Fatto marron!”. Sotto le stelle il gioco continuava fino alle undici, finché non arrivava la voce definitiva della mamma. Così finivano le nostre giornate. E sembrava davvero che l’estate non dovesse finire mai.


…e le figurine Panini 

Le figurine, invece, erano il gioco del mattino. Verso le dieci, quando ci si era alzati con calma e l’aria cominciava a scaldarsi, ci trovavamo davanti al cortile delle case operaie — come chiamavamo noi i casermoni dell’INA. Ogni blocco ospitava sei famiglie. C’erano tre gradini davanti, un marciapiede che separava i due giardini, e il cancello che dava sulla via. Noi ci sistemavamo proprio lì, all’ingresso, con le tasche piene di figurine e la voglia di giocare. C’erano tanti modi per farlo. Il gioco della “lontananza”: vinceva chi lanciava la figurina più lontano. Quello dell’“inquerciare”, dove bastava finire sopra a quella dell’altro per prenderla. E poi il mitico “muretto”, in cui bisognava avvicinarsi al primo gradino, o far rimanere in piedi la figurina sul bordo. Le figurine erano quelle dei nostri calciatori: Rivera, Riva, Mazzola, Schnellinger, Burgnich. Quelle della Panini. Le Serie A con la foto grande, quelle di B e C in figurina doppia. C’erano le semplici, ma anche le “valide” e le “trisvalide”, che valevano di più. Ma il vero tesoro erano le figurine mancanti. Scambiarle era un’arte. Ci si trovava per confrontare le raccolte, e quando ne mancava una importante si era disposti a darne via parecchie doppie in cambio. Il gioco e lo scambio erano le nostre strategie per risparmiare sui pacchetti, che costavano dieci lire. Con cento lire ne prendevi dieci. E con cinquecento lire, che provavi a farti dare dalla mamma, potevi davvero sperare di completare l’album. La sfida vera, però, era un’altra: chi l’avrebbe finito per primo, quell’album? Ogni pagina completata era una conquista, ogni figurina mancante un sogno da trovare.

giovedì 15 maggio 2025

Arriva Camillo

Arriva Camillo 

Ogni giorno, poco prima di mezzogiorno, il rombo sommesso del motocarro rompeva il silenzio sonnolento della via. Era lui. Era Camillo. Con il suo APE carico di pane caldo, casse d’acqua minerale, scatole di biscotti, caramelle, chupa chupa e quei mitici caucciù da masticare — avvolti in cartine con le strisce di Rin Tin Tin o i tatuaggi a inchiostro da applicare con l’acqua — Camillo si fermava davanti alle case popolari, una dopo l’altra, come un postino delle delizie. Per noi bambini, era come Babbo Natale che arrivava tutti i giorni d’estate. Lasciavamo a metà le partite a scalone, il gioco dei riquadri tracciati col gesso sul marciapiede, dove si saltava su una gamba spingendo con il piede una scaglia piatta di pietra. Abbandonavamo anche le sfide a quercetti, colpi di dito ben assestati ai tappi corona rovesciati delle bottigliette. Camillo aveva la precedenza su tutto. Lo circondavamo come un piccolo esercito festante. Lui, con la sua barbetta rada e grigiastra, fingeva un’aria da brontolone, ma bastava guardarlo un attimo per capire che era buono fino al midollo. Io, puntualmente, prendevo caucciù, liquirizie, bastoncini di zucchero per me e per gli amici. “Segna pure sul conto, Camillo” dicevo con finta nonchalance. E lui segnava. A fine mese, quando mia mamma — giovane e dolce tedesca — andava a saldare il conto, bastava uno sguardo alla lista per farla sospirare nel suo italiano senza la erre: “Ma cosa avete preso?! Un baule di caramelle?” diceva con un misto di stupore e rassegnata dolcezza. Io mi grattavo la testa, facevo spallucce, e pensavo che, in fondo, era valsa la pena. Perché Camillo non era solo il fornaio ambulante. Era l’estate. Era il pane caldo a mezzogiorno. Era il sapore della libertà e dell’infanzia che profumava di liquirizia e crosta dorata.

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.     Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo  però  fermati a cena, perc...