Italia-Germania, eterno dilemma
Il primo capitolo — e forse il più memorabile — dell’eterna sfida tra
Italia e Germania cominciò in una sera di giugno del 1970 a Città del Messico. Io a quell'epoca avevo otto anni e da figlio
di mamma tedesca e papà italiano ero combattuto tra le mie due identità.
Quella che poi fu definita “la partita del secolo”, si giocò a
mezzanotte, ora italiana. Non tutti quindi la videro in diretta. Ma il giorno
dopo, la RAI mandò in onda la replica in prima serata. L’Italia intera si
piazzò davanti al televisore. Non io. Quando riandò in onda la telecronaca di
Nando Martellini non riuscii a rimanere in casa. Conoscevamo già il risultato,
4 a 3 per l’Italia, dopo i supplementari. Così presi la bici e uscii. Le strade
erano vuote, il mio quartiere sembrava sospeso. Ma ad ogni goal rivissuto un
boato rompeva il silenzio. La partita
era stata tutto un alternarsi di emozioni e di rovesciamenti di fronte: Boninsegna
al 9' portava in vantaggio l’Italia poi Schnellinger al 90' che pareggiava per
la Germania, l’unico gol in maglia tedesca per lui, milanista come Rivera. Già:
Rivera! Entrato in campo al primo minuto del secondo tempo supplementare, segnò
il gol decisivo al 111' decretando il trionfo dell'Italia e la mesta sconfitta
di un'eroica Germania. Beckenbauer, che aveva giocato con il braccio fasciato, divenne
l’emblema di quella squadra. Ricordo che il giorno dopo i miei amici sfottevano
"i tedeschi", e mi sentii coinvolto. A quel tempo non sapevo ancora
per chi tifare tra Italia e Germania, ma allora capii che tendevo a parteggiare
per chi era stato sconfitto.
Dodici anni dopo, l’11 luglio 1982, allo Stadio Bernabeu di Madrid si giocò
un’altra finale: ancora Italia contro Germania Ovest. In tribuna anche il
Presidente Sandro Pertini e il cancelliere Helmut Schmidt. Io avevo vent’anni e
non ero in Italia. Mi trovavo in Austria, da quella che pensavo fosse ancora la
mia ragazza. L’avevo conosciuta qualche estate prima, quando lavoravo all’Hotel
Fenix di Cavallino dove lei era in vacanza con la nonna. Ma quella sera, nel
salotto della sua casa, scoprii che si era messa con uno, Helmut, che tifava
Germania, con un entusiasmo che stonava. Io, stranamente, non parteggiavo. La partita
finì male per Helmut, bene per l’Italia che esplose nel secondo tempo: prima Rossi,
poi Tardelli con quella corsa liberatoria e infine Altobelli all’81'. Breitner
accorciò all'83', ma era tardi. Dino Zoff alzò la Coppa al cielo e io me ne uscii fuori a camminare. Poi tornammo tutti amici, almeno per quella sera, ascoltando
insieme Ebony and Ivory di Paul McCartney e Stevie Wonder.
Quando l’Italia vinse ancora nel 2006 e poi nel 2012, intorno a me tutti
festeggiarono, io ancora no.
Poi venne il 2014, e per me fu come chiudere un cerchio, ma senza
nessuno scontro diretto tra italiani e tedeschi. In Brasile, la Germania vinse
il suo quarto titolo mondiale, superando l’Argentina con un gol di Mario Götze
al 113'. Neuer fu premiato come miglior giocatore, Lahm guidava con sobrietà,
Klose superava Ronaldo con 16 gol nella storia dei Mondiali. Quando rientrarono
a Berlino, vidi le immagini dei festeggiamenti alla Porta di Brandeburgo, la
squadra che cantava Atemlos durch die Nacht con Helene Fischer, e mi
emozionai. Era una Germania diversa, multietnica, inclusiva. E quel bambino del ’70, che pedalava da solo
nella via deserta, si era finalmente riconciliato con entrambe le sue metà.
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