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venerdì 16 maggio 2025

Le biglie

 Le biglie 

D’estate, da bambini, c’era un’ora precisa in cui la strada tornava a vivere: verso le quattro del pomeriggio. Prima faceva troppo caldo, e tutti stavano in casa a riposare. Ma a quell’ora, come per un’intesa silenziosa, ci ritrovavamo davanti al garage di Sandro. Sotto l’ombra generosa di un grande fico, toglievamo un po’ di ghiaino e iniziavamo a tracciare piste e circuiti. Erano vere arene di terra e sabbia, dove si correvano interminabili gare con le biglie. Ogni biglia portava il nome e il volto di un nostro campione del ciclismo: Felice Gimondi, Eddy Merckx, Adorni, Bitossi. Partite lunghissime, piene di sorpassi, di sfide, di risate e anche di qualche piccola lite, che finiva sempre con una pacca e un “rifacciamo”. Ogni tanto passava Beppino, il fratello maggiore di Sandro, che però sembrava più piccolo. Era mezzo cieco, un po’ ritardato, sempre accompagnato dalla zia. Si fermava a guardarci, ascoltava le nostre grida e commentava con voce incerta, poi riprendeva la sua passeggiata tranquilla, come se il tempo fosse tutto suo. E quando ci stancavamo del Giro d’Italia, bastava un attimo per trasformare le biglie in bolidi di Formula Uno. La pista diventava Monza, e l’asfalto immaginato ospitava le Ferrari, le McLaren, con Niki Lauda, Clay Regazzoni e gli altri piloti dell’epoca. Curve, sorpassi, fermate ai box: tutto con un colpo di dito. Si andava avanti fino alle sette, quando le nostre mamme ci chiamavano per cena. Ognuno correva nella sua casa, ma dopo aver mangiato ci si ritrovava di nuovo. Stavolta si giocava a nascondino, giù nelle cantine delle case operaie, dietro i muretti, nei sottoscala, o nei punti più bui e silenziosi. E quando qualcuno riusciva a toccare per primo la base, gridava forte nella stradina mezza illuminata: “Fatto marron!”. Sotto le stelle il gioco continuava fino alle undici, finché non arrivava la voce definitiva della mamma. Così finivano le nostre giornate. E sembrava davvero che l’estate non dovesse finire mai.


…e le figurine Panini 

Le figurine, invece, erano il gioco del mattino. Verso le dieci, quando ci si era alzati con calma e l’aria cominciava a scaldarsi, ci trovavamo davanti al cortile delle case operaie — come chiamavamo noi i casermoni dell’INA. Ogni blocco ospitava sei famiglie. C’erano tre gradini davanti, un marciapiede che separava i due giardini, e il cancello che dava sulla via. Noi ci sistemavamo proprio lì, all’ingresso, con le tasche piene di figurine e la voglia di giocare. C’erano tanti modi per farlo. Il gioco della “lontananza”: vinceva chi lanciava la figurina più lontano. Quello dell’“inquerciare”, dove bastava finire sopra a quella dell’altro per prenderla. E poi il mitico “muretto”, in cui bisognava avvicinarsi al primo gradino, o far rimanere in piedi la figurina sul bordo. Le figurine erano quelle dei nostri calciatori: Rivera, Riva, Mazzola, Schnellinger, Burgnich. Quelle della Panini. Le Serie A con la foto grande, quelle di B e C in figurina doppia. C’erano le semplici, ma anche le “valide” e le “trisvalide”, che valevano di più. Ma il vero tesoro erano le figurine mancanti. Scambiarle era un’arte. Ci si trovava per confrontare le raccolte, e quando ne mancava una importante si era disposti a darne via parecchie doppie in cambio. Il gioco e lo scambio erano le nostre strategie per risparmiare sui pacchetti, che costavano dieci lire. Con cento lire ne prendevi dieci. E con cinquecento lire, che provavi a farti dare dalla mamma, potevi davvero sperare di completare l’album. La sfida vera, però, era un’altra: chi l’avrebbe finito per primo, quell’album? Ogni pagina completata era una conquista, ogni figurina mancante un sogno da trovare.

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