È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.
Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo però fermati a cena, perché avevamo fatto Weihnachtsabend da loro la sera della vigilia. Così decidiamo di andare a mangiare cinese nel ristorante di Piazza Mercato ad Abano. È un’idea di Cristina, a lei piace provare posti nuovi, e lì non ci siamo mai stati.
Il posto e il cibo non sono male, ma niente a che vedere con quello di via Marsala a Padova. Così non ci fermiamo più di tanto.
Devo riaccompagnare Cristina a casa, a Carrara San Giorgio, per poi tornare nel mio piccolo bilocale a Padova, in vicolo della Bovetta, a due passi dall'Azienda Turismo dove lavoriamo entrambi. Dalla finestra del bagno di casa quasi vedo quella del mio ufficio.
Da un anno e mezzo sono direttore dell’APT di Padova, e abitare vicino all'ufficio mi consente di arrivare agevolmente alle 7.30, quando ho appuntamento con il Presidente. Domani è lunedì, e nonostante il periodo natalizio dobbiamo andare entrambi al lavoro. Cristina ha il turno all'Ufficio Informazioni, io devo andare in sede per gli ultimi provvedimenti di fine anno.
Sono le 21.30, pioviggina, quando con la mia Opel Corsa bianca imbocco via Campolongo, la Strada Provinciale 17. Vedo il cavalcavia dell’autostrada, subito dopo c’è la curva che precede la stradina sterrata dove, sulla sinistra, c’è la casa dei genitori di Cristina. Per terra c’è ghiaccio, rallento, appoggio il braccio sulla maniglia della portiera alla mia sinistra. È una strada che negli ultimi mesi ho percorso spesso da quando sto con Cristina.
Vedo i fari di un’auto che arriva dal senso opposto, ma puntano dritto su di noi. Poi lo schianto.
Non capisco cosa è successo. Forse ho perso conoscenza. Dopo un po’ sento persone affollarsi attorno all’auto. Vedo luci lampeggiare.
Sento la voce di Cristina, mi dice stai calmo, adesso ti tirano fuori. Ho freddo, qualcuno mi mette una coperta addosso. Mi tirano fuori i pompieri, poi l’ambulanza. Io in barella, Cristina è seduta dietro, si tiene la mano dolorante. Arriviamo in ospedale a Padova.
Mi visitano, mi medicano, mi somministrano un antidolorifico. Arriva il sonno.
Mi sveglio e vedo volti familiari: Cristina, la sua amica infermiera Paola, mia mamma Ilona, mia nonna Giulia, e un po’ più indietro mio papà Renzo, mio fratello Alessio, i genitori di Cristina, Almerina e Valerio.
Mi fa male l’occhio, il braccio sinistro, la gamba destra.
Il giorno seguente il dottor Zotti mi comunica la diagnosi: politrauma con frattura del gomito sinistro, del radio e dell’ulna, una frattura al calcagno sinistro, una lesione alla tibia destra, contusioni e ferite multiple. Non è poco, ma sono vivo.
Nei giorni successivi mi trasferiscono dalla chirurgia alla clinica ortopedica. Il 31 dicembre mi operano al gomito sinistro per la riduzione della frattura con fili metallici; alla gamba destra applicano un gesso che arriva fino al ginocchio.
Trascorro l’ultimo dell’anno con la luce viola dell’ospedale. C’è Cristina seduta vicino. Dopo mezzanotte mi addormento. Quando mi sveglio nella notte, vedo Paola, di turno, che viene ad accertarsi di come sto e se ho bisogno di qualcosa.
Ritorno a dormire. L’anestesia locale e l’antidolorifico mi fanno sognare: io bambino, i miei amici d’infanzia, Ermes, Sandro, Andrea… arriva Camillo. Le biglie, la bicicletta, la musica. Ruggero, Ruggero non c’è più, anche lui ha avuto un incidente d’auto.
Io invece ci sono, Cristina ha una micro-frattura a un dito e a uno zigomo. Ci è andata bene.
Nei giorni seguenti passano a trovarmi amici, parenti, persone che mi vogliono bene. Ci sono tutti, anche chi nella mia vita oggi ha un posto diverso ma mi è rimasto vicino.
Eleonora e una sua amica. Giulia con sua mamma. Vengono a trovarmi e mi portano qualcosa da leggere. Sonia mi regala N.P. di Banana Yoshimoto, una scoperta. Vengono anche i colleghi dell’ufficio: entrano in punta di piedi, mi sorridono, portano i saluti di tutti e qualche battuta per farmi ridere. Luciano viene spesso, con le carte dell’ufficio sottobraccio, come farà anche nei mesi successivi.
Il decorso è lento ma regolare. Il 7 gennaio tolgono la doccia gessata al braccio e inizio a muoverlo piano, con cautela. Il 14 gennaio mi dimettono.
Dopo le dimissioni resto per un periodo a casa dei miei, a Monteortone. Non posso stare da solo nel bilocale di Padova. Mi muovo dal letto alla sedia a rotelle, e Luciano continua a venirmi a trovare con la posta e i fascicoli da firmare. Io scrivo a mano relazioni e delibere, come posso, e sento che anche il braccio sinistro ricomincia a rispondere.
A febbraio torno per i controlli: tolgono il gesso alla gamba, verificano che il ginocchio regga e mi danno le indicazioni per la fisioterapia. A marzo torno ancora in ambulatorio per una breve medicazione e per sistemare i fili del gomito che si stanno avvicinando alla fine del loro lavoro.
Poi arriva maggio. È una mattina chiara, e vado in ospedale in bicicletta. È il 31 maggio. L’intervento è in anestesia locale. Il dottor Scapinelli mi dice che sarà questione di poco.
Sento il martello battere una, due volte. Il metallo che esce. Poi lui ricuce. È finita.
Il gomito è libero. Non del tutto, ma abbastanza. Manca un po’ di estensione, ma torno alla vita normale.
Sono passati più di cinque mesi.
Oggi invece sono passati quasi trentatré anni. L’auto che ci è piombata addosso era guidata da una ragazza che aveva già avuto problemi con la patente e con l’alcol. Non importa. Sì, c’è stato un risarcimento, ma quello che conta è che ci siamo, siamo vivi.
Io ho un braccio che non si piega più del tutto, ma siamo qui. I nostri figli sono grandi. Io penso spesso a quella notte, a quel rettileneo, prima della curva.
La curva dell’Angelo.
“Perhaps this final act was meantTo clinch a lifetime's argumentThat nothing comes from violence and nothing ever couldFor all those born beneath an angry starLest we forget how fragile we are”(Sting – Fragile)
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