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domenica 19 ottobre 2025

63° Battaglione Fanteria d’arresto “Cagliari”

L’anno di militare tra marce, lettere e libertà

Nel marzo del 1987, nell'ultima sessione dell’anno accademico, mi laureai in diritto regionale con il bravissimo professor Sala, discutendo una tesi intitolata “Aspetti giuridici del termalismo nella Regione Veneto”.
La materia mi appassionava e avevo avuto modo di approfondirla anche sul versante della mia attività politica e amministrativa ad Abano, e fu una grande soddisfazione, coronata dal 110 e lode.

Avevo rinviato l’anno di servizio militare per poter concludere gli studi senza interruzioni, ma il momento era giunto. Dopo qualche mese mi arrivò la famosa cartolina e fui convocato per il 18 agosto al Centro Addestramento Reclute di Jalmicco, in provincia di Udine, a pochi chilometri da Palmanova. Rispetto ad altri, mi era andata tutto sommato bene. Francesco, ad esempio, aveva fatto il CAR a Macerata.

Scoprii da mio padre che uno dei cuochi dell’Hotel Tritone, Diego, più giovane di me, era stato assegnato al mio stesso scaglione e alla stessa destinazione. Così partimmo insieme, sulla Dyane color oro che Sonia mi aveva prestato dopo che la mia Fiat 500 era ormai fuori uso a causa di un incidente.

I primi giorni trascorsero tra visite mediche, vaccinazioni obbligatorie, consegna della mimetica e della drop estiva e i primi addestramenti. L’inquadramento in compagnie, le adunate del mattino e della sera, l’alzabandiera e l’ammainabandiera, erano novità assolute a cui non eravamo abituati.
Le prime cose che ci insegnarono furono le più elementari: marciare al passo, allinearsi, mantenere la cadenza. Non era semplice. Più di qualcuno, me compreso, aveva problemi a coordinarsi.

Poi fu la volta delle armi. Dovevamo imparare a maneggiare sia il vecchio M1 Garand, residuato della guerra di Corea ancora in dotazione all'Esercito italiano, sia il FAL BM59, fucile automatico di produzione nazionale, un po’ più moderno. Ci insegnarono a smontarli, a rimontarli, sotto gli occhi vigili di caporali e sergenti e qualche volta ci scappava un urlo di richiamo quando sbagliavamo. L'addestramento era finalizzato anche al giuramento, la cerimonia che avrebbe concluso il periodo di formazione, dopo la quale saremmo passati ai reparti e alle destinazioni definitive.

Tra una marcia e l’altra ognuno di noi aveva piccoli compiti. Diego, che aveva esperienza da cuoco, fu assegnato temporaneamente alla mensa, mentre io alternavo giornate passate a spazzare i vialetti della caserma ad altre di piccola manutenzione. Le settimane del CAR trascorsero abbastanza velocemente, con addestramenti intensi che e lasciavano poco spazio ad altro.
A fine giornata, dopo l’ammainabandiera e il rancio serale, la maggior parte di noi si riversava a Palmanova, dove c’erano alcuni bar frequentati quasi esclusivamente da militari.

In vista del giuramento, imparammo a marciare imbracciando il fucile di traverso, a innestare la baionetta sulla canna gridando “Cagliari” e rispondere al comando di “presentat’arm”. Gesti che ci sembravano fuori dal tempo, quasi caricaturali, ma che facevano parte della ritualità militare.

Arrivò infine il giorno del giuramento. Tutti i plotoni e le compagnie sfilarono davanti al palco delle autorità militari e civili, con le tribune affollate di parenti, amici e fidanzate. Per me vennero i miei genitori e mia nonna Giulia, e fu una grande emozione vederli. Dopo la cerimonia, che si tenne di domenica, ci fu concessa la libera uscita, e andammo a pranzo insieme vicino a Duino, in una bellissima giornata di sole.

Poco prima del giuramento avevo saputo la mia destinazione: ero assegnato al 63° Battaglione Fanteria d’Arresto “Cagliari”, di stanza a San Lorenzo Isontino, nei pressi di Gorizia. Tutto sommato, non mi era andata per niente male. Diego, invece, fu destinato altrove.

Nella nuova caserma “Federico Colinelli” mi ritrovai con compagni più giovani di me. I laureati erano pochi, perché la maggior parte aveva scelto il corso ufficiali, che io non avevo neppure preso in considerazione perché avrebbe significato restare sotto le armi più a lungo.
Pur essendo un “novellino” ma di indole piuttosto tranquilla, non fui preso di mira dai cosiddetti “nonni”, i soldati prossimi al congedo, riconoscibili dal berretto con il frontalino piegato, la famosa “stupida”. Si rischiava infatti di essere "sbrandati" o vittime di altri scherzi. Il cubo, cioè il letto fatto a regola d'arte – lenzuola a rettangolo con la coperta avvolta sul materasso ripiegato – era uno dei rituali del mattino: il rischio era che i nonni te lo disfacessero subito dopo, facendoti trovare la branda in disordine e costringendoti a rifarlo per evitare la punizione dell’ufficiale di picchetto. A me, per fortuna, non capitò. Probabilmente mi rispettavano anche perché avevo qualche anno in più della maggior parte dei miei commilitoni e riuscivo così a proteggere anche qualche ragazzo più esposto agli scherzi dei compagni.

Rispettavo i miei turni di pulizia, ero presente alle ispezioni del mattino e della sera, e quindi per lo più non avevo fastidi né dai miei commilitoni, né dai graduati.

Molti dei più giovani e i pochi ragazzi laureati faticavano ad adattarsi. Tra i più giovani, vi era anche Simone, di Saonara, ragazzo malinconico e sensibile, che passava spesso le serate in coda davanti alle cabine telefoniche, spendendo montagne di gettoni per parlare con la fidanzata. Bussavano al vetro se si tratteneva troppo, ma lui sembrava non accorgersene. A volte veniva a confidarsi con me, cercando un po’ di conforto.

Nelle camerate, ognuno cercava di costruirsi un piccolo spazio personale. C’era chi ascoltava Luca Carboni, chi gli U2, chi teneva nell'anta interna dell’armadietto la foto della ragazza. Negli armadietti c’erano anche poster di modelle, cartoline e lettere. Ognuno racchiudeva lì un frammento del mondo da cui veniva.

Io fui assegnato all'ufficio Posta e Paghe dove lavorava già anche Simone. La fureria di compagnia gestiva invece le licenze. I nostri capi erano due marescialli, uno più buffo dell’altro, spesso vittime di piccoli scherzi dei nostri commilitoni. Il nostro incarico principale era il “giro posta”.
Ogni giorno, Simone e io ci alternavamo, insieme a un autiere e a un capo macchina, per andare a ritirare e consegnare la corrispondenza. Ci fermavamo all'ufficio postale di San Lorenzo Isontino, dove l’impiegata, ormai, ci conosceva bene. Altre volte portavamo la posta al Comando della Brigata Meccanizzata a Gorizia. Quando si trattava di corrispondenza destinata a ufficiali superiori, bisognava bussare, attendere il permesso, mettersi sull'attenti e facendo il saluto militare. All'inizio ero teso, perché bastava un saluto fatto male per essere segnalati per una punizione, ma poi presi confidenza, e anche alcuni ufficiali iniziarono a riconoscerci e a salutarci con un sorriso.

Lavorare all'Ufficio Posta aveva un grande pregio, vedevamo arrivare le lettere prima di tutti. Ogni giorno qualcuno si affacciava alla finestra chiedendo “C’è posta per me?”. Quello della posta era il momento più atteso. Io stesso ricevevo spesso lettere da Luisa, una cara amica con cui avevo condiviso il lavoro in Federazione. Scriveva con il suo tono ironico e un po’ dissacrante, raccontandomi le vicende della federazione, le novità degli amici comuni, le piccole cose quotidiane. Quelle lettere mi facevano compagnia e alleggerivano il peso della distanza, tanto più che a volte ne ricevevo anche due a settimana. Le leggevo la sera, dopo l’ammainabandiera, in camerata.

Oltre al lavoro d’ufficio, c’erano le esercitazioni. Si andava a sparare o a lanciare bombe a mano sul letto prosciugato del Tagliamento. Erano giornate fuori routine, ma non prive di tensione. Poteva capitare, infatti, che una linguetta non si staccasse o che il lancio fosse troppo corto e allora potevano essere guai…

Quando si era di guardia si “montava” nel tardo pomeriggio, dopo l’ammainabandiera, con la cerimonia del “cambio della guardia”. Da quel momento si era “in servizio di guardia” per 24 ore, cioè fino all'ammainabandiera del giorno successivo.

In quelle 24 ore, il turno effettivo al corpo di guardia era diviso in turni di 2 ore di guardia e 4 di riposo. Durante le ore notturne, ci si alternava di sentinella in servizio armato passando in rassegna e controllando i magazzini, i depositi armi e gli accessi alla caserma. Il giorno seguente, con il nuovo ammainabandiera, si “smontava la guardia” e si veniva sostituiti dal nuovo drappello.

Quando passai da soldato semplice a caporale, e poi a caporalmaggiore, mi ritrovai più volte a guidare il drappello di guardia e vigilare durante le ispezioni notturne con l’ufficiale di picchetto. Tra i sottufficiali ricordo bene il sergente Medda, sardo, militare di carriera per necessità ma dotato di grande umanità; altri, soprattutto i giovani sottotenenti di leva, tendevano invece a essere rigidi, un po’ troppo presi dall'esercitare la loro autorità, a volte verso soldati più grandi di loro.

I mesi scorrevano lenti, con giornate sempre uguali: sveglia, ginnastica, colazione, adunata, alzabandiera, servizio, mensa, servizio, ammainabandiera, rancio e libera uscita oppure il riposo in branda. Ogni tanto andavo a mangiare nella parte vecchia di Gorizia, in osterie dove servivano piatti semplici della cucina slovena e mitteleuropea. Al Kulturni Dom, la Casa della Cultura slovena, proiettavano spesso film d’autore e ricordo ancora con piacere una bella rassegna dedicata al regista Éric Rohmer.

Con le licenze di 36 o 48 ore tornavo ad Abano, spesso dando un passaggio a qualche commilitone che doveva scendere verso Mestre o Padova. Il momento più duro era sempre il rientro della domenica sera: dopo aver cenato con i miei, partivo all'ultimo minuto e correvo lungo l'autostrada fino al bivio di Gonars, verso San Lorenzo Isontino. Quella strada, ormai, la conoscevo a memoria.

Nella primavera del 1988 si avvicinavano le elezioni amministrative ad Abano. Ero ancora segretario di sezione e membro dell’esecutivo provinciale e mi fu proposto di candidarmi. Presentai pertanto la domanda di licenza elettorale, che spettava di diritto a tutti i candidati.

Un giorno, dopo l’adunata, un sottufficiale mi comunicò che ero convocato dal Comandante, il tenente colonnello Bottos, subentrato da poco al precedente. Ufficiale formatosi all'Accademia di Modena, il tenente colonnello Bottos era severo ma noto per la sua correttezza. Entrai nel suo ufficio con un po’ di apprensione, facendo il saluto e mettendomi sull'attenti. Il comandante mi fece cenno di mettermi a riposo e, con calma, premette un tasto su un piccolo registratore posto accanto al telefono. Partì una voce:«Sono l’onorevole C.…». Riconobbi il tono, ma la voce era un’imitazione, anche un po’ grossolana, fatta da Renzo, responsabile della segreteria politica di Verona dell' onorevole C., allora sottosegretario ai Trasporti. La telefonata era partita davvero dall'ufficio dell’onorevole C., e per questo il comandante non poteva sapere che non fosse autentica. Renato, che come me seguiva la segreteria di Padova, ne era stato complice, convinto che quella fosse una maniera per darmi una mano. Io, invece, non ne sapevo assolutamente nulla.

Quando il comandante fermò la registrazione, mi guardò e disse con tono pacato: «Caporalmaggiore, la licenza le spetta di diritto. Non è per questa telefonata che gliela concedo.» E aggiunse «Torni pure alle sue attività, e ci rivediamo dopo la licenza.»
Io ero arrossito ed imbarazzato balbettai "Sissignore, grazie Comandante”, feci il saluto militare, girai sui tacchi e uscii sollevato pensando che l’iniziativa di Renzo e Renato, sebbene in buona fede, avrebbe potuto mettermi in una situazione alquanto spiacevole ed era comunque sbagliata.

Rimasi ad Abano una ventina di giorni per la campagna elettorale. Grazie anche al sostegno del sindaco uscente Nani, fui eletto in consiglio comunale con un buon numero di preferenze. Tornai poi a San Lorenzo Isontino a giugno e mancavano solo poco più di due mesi alla fine della ferma.

Facevo ormai poche guardie e continuavo a lavorare in ufficio. Molti dei compagni conosciuti al momento dell’arrivo si erano già congedati, e noi stessi eravamo diventati “fantasmi”, cioè soldati di leva prossimi al congedo.

Il 17 agosto 1988, dopo l’ultima adunata, mi furono consegnati i gradi e le mostrine da sergente. Mi congedavo così sottufficiale.

Poche settimane dopo, diretto in Ungheria con il mio amico Lallo, passai di nuovo davanti alla caserma di San Lorenzo Isontino. Andammo al Lago Balaton e poi a Budapest, in un Paese ancora parte del blocco orientale, ma dove già si percepiva un clima diverso da quello di Berlino Est dove eravamo stati due anni prima. Certo, si potevano ascoltare le radio austriache che arrivavano a trasmettere fin lì, ma nei controlli alle frontiere si avvertiva quella prudenza rigida, quell'aria di regime che ancora resisteva.

Fu lì che capii davvero che anche sotto le regole a volte ottuse dell’esercito, noi vivevamo in un Paese libero e democratico, e che quella libertà, spesso data per scontata, è un bene senza eguali.

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