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domenica 12 ottobre 2025

Tre settimane a Fujeirah

Tra il deserto e il mare 
 
Nella primavera del 1983 ero immerso nello studio e negli impegni politici. Un giorno, in Federazione, incrociai Maurizio, allora Segretario cittadino, cioè il coordinatore di tutte le sezioni del Comune di Padova. Sapeva che avevo trascorso alcuni mesi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti e che quindi me la cavavo con l’inglese. Mi propose di fare da interprete per una ditta di import-export con cui collaborava. Aggiunse che si trattava di una settimana negli Emirati Arabi, precisamente a Fujeirah, per concludere una transazione con una società molto vicina al governo di quell'emirato. 

La proposta mi colse di sorpresa. Ero alla fine dei corsi, con gli esami alle porte, e stavo preparando con particolare attenzione il preappello di Diritto parlamentare. L’idea di un viaggio in Medio Oriente, però, mi attirava. Decisi di parlarne con il professor Mario Patrono, che teneva sia il corso di Diritto costituzionale italiano e comparato che quello di Diritto parlamentare. Con lui avevo un buon rapporto da quando mi ero offerto di fare da interprete in occasione di un seminario di un visiting professor di Oxford. Patrono, che qualche anno più tardi sarebbe entrato a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura, mi accolse nel suo studio mansarda di via Manin. Accettò di interrogarmi fuori appello, registrando poi il voto insieme a quello di Diritto costituzionale a luglio. Durante l’esame, mentre palleggiava con un pallone – tifoso della Roma, diceva che così si rilassava – il professor Patrono mi pose una lunga serie di domande. Avevo studiato con passione Il Parlamento di Andrea Manzella e Il Governo in Parlamento. L’esperienza della V Repubblica francese dello stesso Patrono. Riuscii quindi a rispondere con sicurezza e uscii con un bel 30 e lode. A quel punto non avevo più dubbi e decisi di accettare la proposta di Maurizio. 
 
I primi di maggio partimmo da Venezia e facemmo scalo a Roma, dove incontrammo Piero, titolare della società di import-export. Ci spiegò che si trattava di un cargo in partenza da Napoli con un carico di vestiti, che la Fujairah Trading Company (FTC) avrebbe messo in vendita nell’emirato, e che al ritorno avrebbe dovuto servire da traghetto per riportare a casa per le ferie, in Egitto, molti degli impiegati dell’emirato. Da Roma volammo verso Dubai con AlitaliaEra già notte, ma scesi dalla scaletta dell’aereo ci avvolse un vento caldo. Dopo controlli rapidi, evidentemente eravamo considerati ospiti di riguardo, ci accompagnarono al nuovo Hilton Fujairah Resort, sulla costa. Arrivati in stanza, stanchi per il viaggio, ci addormentammo subito. 
 
All’alba ci svegliò la voce del muezzin. A colazione trovammo un ricco buffet in stile internazionale, ma con tanti frutti esotici che non avevo mai assaggiato. La stessa limousine della sera prima ci portò alla sede della FTC, un edificio moderno vicino agli uffici governativi. Lungo la strada vedevo alternarsi case basse e semplici, strade a tratti ancora sterrate e, qua e là, qualche costruzione in stile occidentale. L’emirato era ancora lontano dallo sviluppo che avrebbero raggiunto in seguito gli Emirati Arabi Uniti. 
 
All’arrivo ci ricevettero Samir, direttore egiziano che indossava una sahariana color carta da zucchero, e Dunia, la giovane segretaria che Piero ribattezzò subito Daiana. Capimmo ben presto la rigida divisione sociale del Paese: la classe dirigente araba, formata spesso da uomini che avevano studiato a Oxford o Cambridge; gli impiegati, quasi tutti egiziani; e la manovalanza, composta da pakistani, indiani e bengalesi soggetti a ritmi di lavoro molto duri. 
 
Dopo un po’ che eravamo negli uffici della Fujeirah Trading Company, arrivò il Presidente della società, vestito con la tradizionale dishdasha bianca e il copricapo, accompagnato da un segretario. Samir ci aveva riferito che era cugino dell’Emiro. La società era molto vicina al governo e aveva un ruolo di rilievo ben oltre l’attività commerciale. Io traducevo le conversazioni a Piero e Maurizio che non conoscevano   l’inglese, mentre i dirigenti arabi lo parlavano con la tipica inflessione della regione. Le trattative furono subito intense: la nave era attesa a giorni, avremmo dovuto allestire uno showroom per verificare la commerciabilità della merce e discutere del nolo per il trasporto degli egiziani. 
 
Alla fine della riunione, il Presidente ci invitò nella sua casa. Era una grande villa bianca e bassa, tutta recintata da un muretto. Seduti per terra attorno a un grande tappeto, con i familiari e alcuni collaboratori, pranzammo con riso, montone e altri piatti tipici. Mangiammo con le mani, lavandoci con l’acqua di una brocca versata in un catino da un domesticoL’ospitalità era calorosa e alla fine arrivò l’immancabile chai karak, il tè nero speziato che sarebbe diventato una presenza costante di ogni incontro. 
 
giorni passavano e la nave tardava a partire. La FTC ci chiese di restare più a lungo e i nostri passaporti vennero trattenuti dal governo. Eravamo ospiti all’Hilton, trattati con ogni comfort, ma non potevamo muoverci liberamente. Era quasi una prigione dorata. Ogni sera cenavamo con aragosta e piatti sontuosi, e di giorno passavamo il tempo tra gli uffici della FTC e la spiaggia dell’Hilton, quasi sempre deserta. 
 
Finalmente il cargo giunse da Napoli. Dopo lo sbarco e le operazioni doganaliallestimmo lo showroom in un temporary shop. Io, con l’aiuto di un giovane pakistano gentile e riservato, mi improvvisai commesso. Le clienti erano soprattutto donne arabe ed egiziane, che sceglievano abiti estivi ampi e sgargianti; per gli uomini c’erano le sahariane prodotte a Napoli. Arrivò persino la televisione locale per promuovere l’iniziativa, con tanto di titoli e numero di telefono in sovrimpressione. Fu quasi una televendita e lo showroom ebbe successo. La merce venne acquistata tutta dalla FTC e un bonifico partì subito per l’Italia. Le trattative per il noleggio della nave non portarono a nulla, perché giudicata inadatta al trasporto passeggeri, ma l’affare principale era concluso. 
 
Prima di partire ci portarono a visitare Dubai, che già allora appariva molto più sviluppata di Fujeirah, con grattacieli che stavano rapidamente sostituendo l’architettura tradizionale. Durante una passeggiata sentii parlare in veneto e mi avvicinai: erano operai della Magrini Galileo di Battaglia Terme, impegnati in lavori negli Emirati. Io approfittai per fare incetta di musicassette occidentali – John Lennon, Billy Joel, Olivia Newton-John – prodotte in Giappone e vendute lì a poco prezzo, oltre a cassette di musica dance araba, e acquistai anche un orologio per mio padre. 
 
Dopo oltre tre settimane ci furono restituiti i passaporti e, salutati calorosamente Samir e Dunia, ci imbarcammo per il ritorno.

Durante il volo, guardando dal finestrino, riconobbi in lontananza le luci di Amman. Più sotto, su un altopiano, si scorgevano postazioni militari e camion parcheggiati, forse carri armati o  altri mezzi dell’esercito. Mi colpì quella presenza silenziosa e un po’ inquietante, che sembrava ricordare quanto fragile fosse l’equilibrio di quelle terre. Poi l’aereo virò verso ovest, e il deserto lasciò spazio al bagliore del Mediterraneo. 

Quel mio primo incontro con il mondo arabo stava finendo. Un’esperienza imprevista e intensa. Qualche anno dopo sarei tornato da quelle parti, in Egitto, ancora per lavoro, ritrovando gli stessi gesti e la stessa ospitalità che avevo scoperto allora, tra il mare e la sabbia di Fujeirah.  

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