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domenica 26 ottobre 2025

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.   
Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo però fermati a cena, perché avevamo fatto Weihnachtsabend da loro la sera della vigilia. Così decidiamo di andare a mangiare cinese nel ristorante di Piazza Mercato ad Abano. È un’idea di Cristina, a lei piace provare posti nuovi, e lì non ci siamo mai stati.   
Il posto e il cibo non sono male, ma niente a che vedere con quello di via Marsala a Padova. Così non cfermiamo più di tanto. 
 
Devo riaccompagnare Cristina a casa, a Carrara San Giorgio, per poi tornare nel mio piccolo bilocale a Padova, in vicolo della Bovetta, a due passi dall'Azienda Turismo dove lavoriamo entrambi. Dalla finestra del bagno di casa quasi vedo quella del mio ufficio.   
Da un anno e mezzo sono direttore dell’APT di Padova, e abitare vicino all'ufficio mi consente di arrivare agevolmente alle 7.30, quando ho appuntamento con il Presidente. Domani è lunedì, e nonostante il periodo natalizio dobbiamo andare entrambi al lavoroCristina ha il turno all'Ufficio Informazioni, io devo andare in sede per gli ultimi provvedimenti di fine anno. 
 
Sono le 21.30, pioviggina, quando con la mia Opel Corsa bianca imbocco via Campolongo, la Strada Provinciale 17. Vedo il cavalcavia dell’autostrada, subito dopo c’è la curva che precede la stradina sterrata dove, sulla sinistra, c’è la casa dei genitori di Cristina. Per terra c’è ghiaccio, rallentoappoggio il braccio sulla maniglia della portiera alla mia sinistra. È una strada che negli ultimi mesi ho percorso spesso da quando sto con Cristina.  
Vedo i fari di un’auto che arriva dal senso opposto, ma puntano dritto su di noi. Poi lo schianto.   
Non capisco cosa è successo. Forse ho perso conoscenza. Dopo un po’ sento persone affollarsi attorno all’auto. Vedo luci lampeggiare.   
Sento la voce di Cristinami dice stai calmo, adesso ti tirano fuori. Ho freddo, qualcuno mi mette una coperta addosso. Mi tirano fuori i pompieri, poi l’ambulanza. Io in barella, Cristina è seduta dietro, si tiene la mano dolorante. Arriviamo in ospedale a Padova. 
 
Mi visitano, mi medicano, mi somministrano un antidolorifico. Arriva il sonno.   
Mi sveglio e vedo volti familiari: Cristina, la sua amica infermiera Paola, mia mamma Ilona, mia nonna Giulia, e un po’ più indietro mio papà Renzo, mio fratello Alessio, i genitori di Cristina, Almerina e Valerio.   
Mi fa male l’occhio, il braccio sinistro, la gamba destra.   
Il giorno seguente il dottor Zotti mi comunica la diagnosi: politrauma con frattura del gomito sinistro, del radio e dell’ulna, una frattura al calcagno sinistro, una lesione alla tibia destra, contusioni e ferite multiple. Non è poco, ma sono vivo. 
 
Nei giorni successivi mi trasferiscono dalla chirurgia alla clinica ortopedica. Il 31 dicembre mi operano al gomito sinistro per la riduzione della frattura con fili metallici; alla gamba destra applicano un gesso che arriva fino al ginocchio.   
Trascorro l’ultimo dell’anno con la luce viola dell’ospedale. C’è Cristina seduta vicino. Dopo mezzanotte mi addormento. Quando mi sveglio nella notte, vedo Paola, di turno, che viene ad accertarsi di come sto e se ho bisogno di qualcosa.   
Ritorno a dormire. L’anestesia locale e l’antidolorifico mi fanno sognare: io bambino, i miei amici d’infanzia, Ermes, Sandro, Andrea… arrivCamillo. Le biglie, la bicicletta, la musica. RuggeroRuggero non c’è più, anche lui ha avuto un incidente d’auto.   
Io invece ci sono, Cristina ha una micro-frattura a un dito e a uno zigomo. Ci è andata bene. 
 
Nei giorni seguenti passano a trovarmi amici, parenti, persone che mi vogliono bene. Ci sono tutti, anche chi nella mia vita oggi ha un posto diverso ma mi è rimasto vicino.   
Eleonora e una sua amica. Giulia con sua mamma. Vengono a trovarmi e mi portano qualcosa da leggere. Sonia mi regala N.P. di Banana Yoshimoto, una scoperta. Vengono anche i colleghi dell’ufficio: entrano in punta di piedi, mi sorridono, portano i saluti di tutti e qualche battuta per farmi ridere. Luciano viene spesso, con le carte dell’ufficio sottobraccio, come farà anche nei mesi successivi.   
 
Il decorso è lento ma regolare. Il 7 gennaio tolgono la doccia gessata al braccio e inizio a muoverlo piano, con cautela. Il 14 gennaio mi dimettono.   
 
Dopo le dimissioni resto per un periodo a casa dei miei, a Monteortone. Non posso stare da solo nel bilocale di Padova. Mi muovo dal letto alla sedia a rotelle, e Luciano continua a venirmi a trovare con la posta e i fascicoli da firmare. Io scrivo a mano relazioni e delibere, come posso, e sento che anche il braccio sinistro ricomincia a rispondere. 
 
A febbraio torno per i controlli: tolgono il gesso alla gamba, verificano che il ginocchio regga e mi danno le indicazioni per la fisioterapia. A marzo torno ancora in ambulatorio per una breve medicazione e per sistemare i fili del gomito che si stanno avvicinando alla fine del loro lavoro.   
 
Poi arriva maggio. È una mattina chiara, e vado in ospedale in bicicletta. È il 31 maggio. L’intervento è in anestesia locale. Il dottor Scapinelli mi dice che sarà questione di poco.   
Sento il martello battere una, due volte. Il metallo che esce. Poi lui ricuce. È finita.   
Il gomito è libero. Non del tutto, ma abbastanza. Manca un po’ di estensione, ma torno alla vita normale. 
Sono passati più di cinque mesi.  

Oggi invece sono passati quasi trentatré anniL’auto che ci è piombata addosso era guidata da una ragazza che aveva già avuto problemi con la patente e con l’alcol. Non importac’è stato un risarcimento, ma quello che conta è che ci siamosiamo vivi.   
Io ho un braccio che non si piega più del tutto, ma siamo qui. I nostri figli sono grandi. Io penso spesso a quella notte, a quel rettileneo, prima della curva 
La curva dell’Angelo.

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Quando correvamo incontro a Camillo” finisce qui. Questa serie di raccontini senza pretese, nata quasi per scherzo – prima nella mia testa e nei miei ricordi, poi in questo blog – è cresciuta più del previsto. 
Dagli anni spensierati dell’infanzia e dell’adolescenza ho fatto qualche incursione nell'età adulta, ma sempre con la semplice volontà di condividere episodi che mi accomunano a tante persone della mia generazione, alcune delle quali si sono riconosciute nei giochi e nelle situazioni in cui anche loro sono cresciute. 
Non compaiono, in questi racconti, alcune persone, affetti e circostanze che sono ancora parte della mia vita. Come dice Stefano – “direttore”, musicista, cantautore, amico – per scrivere ci vuole “la giusta distanza”, e questa arriva solo con il tempo che passa. 
Per ora, dunque, mi fermo qui. 
Spero che queste piccole storie vi abbiano fatto almeno un po’ di compagnia e vi abbiano strappato qualche sorriso. 

Perhaps this final act was meant  
To clinch a lifetime's argument 
That nothing comes from violence and nothing ever could 
For all those born beneath an angry star 
Lest we forget how fragile we are 
(Sting – Fragile) 

domenica 19 ottobre 2025

63° Battaglione Fanteria d’arresto “Cagliari”

L’anno di militare tra marce, lettere e libertà

Nel marzo del 1987, nell'ultima sessione dell’anno accademico, mi laureai in diritto regionale con il bravissimo professor Sala, discutendo una tesi intitolata “Aspetti giuridici del termalismo nella Regione Veneto”.
La materia mi appassionava e avevo avuto modo di approfondirla anche sul versante della mia attività politica e amministrativa ad Abano, e fu una grande soddisfazione, coronata dal 110 e lode.

Avevo rinviato l’anno di servizio militare per poter concludere gli studi senza interruzioni, ma il momento era giunto. Dopo qualche mese mi arrivò la famosa cartolina e fui convocato per il 18 agosto al Centro Addestramento Reclute di Jalmicco, in provincia di Udine, a pochi chilometri da Palmanova. Rispetto ad altri, mi era andata tutto sommato bene. Francesco, ad esempio, aveva fatto il CAR a Macerata.

Scoprii da mio padre che uno dei cuochi dell’Hotel Tritone, Diego, più giovane di me, era stato assegnato al mio stesso scaglione e alla stessa destinazione. Così partimmo insieme, sulla Dyane color oro che Sonia mi aveva prestato dopo che la mia Fiat 500 era ormai fuori uso a causa di un incidente.

I primi giorni trascorsero tra visite mediche, vaccinazioni obbligatorie, consegna della mimetica e della drop estiva e i primi addestramenti. L’inquadramento in compagnie, le adunate del mattino e della sera, l’alzabandiera e l’ammainabandiera, erano novità assolute a cui non eravamo abituati.
Le prime cose che ci insegnarono furono le più elementari: marciare al passo, allinearsi, mantenere la cadenza. Non era semplice. Più di qualcuno, me compreso, aveva problemi a coordinarsi.

Poi fu la volta delle armi. Dovevamo imparare a maneggiare sia il vecchio M1 Garand, residuato della guerra di Corea ancora in dotazione all'Esercito italiano, sia il FAL BM59, fucile automatico di produzione nazionale, un po’ più moderno. Ci insegnarono a smontarli, a rimontarli, sotto gli occhi vigili di caporali e sergenti e qualche volta ci scappava un urlo di richiamo quando sbagliavamo. L'addestramento era finalizzato anche al giuramento, la cerimonia che avrebbe concluso il periodo di formazione, dopo la quale saremmo passati ai reparti e alle destinazioni definitive.

Tra una marcia e l’altra ognuno di noi aveva piccoli compiti. Diego, che aveva esperienza da cuoco, fu assegnato temporaneamente alla mensa, mentre io alternavo giornate passate a spazzare i vialetti della caserma ad altre di piccola manutenzione. Le settimane del CAR trascorsero abbastanza velocemente, con addestramenti intensi che e lasciavano poco spazio ad altro.
A fine giornata, dopo l’ammainabandiera e il rancio serale, la maggior parte di noi si riversava a Palmanova, dove c’erano alcuni bar frequentati quasi esclusivamente da militari.

In vista del giuramento, imparammo a marciare imbracciando il fucile di traverso, a innestare la baionetta sulla canna gridando “Cagliari” e rispondere al comando di “presentat’arm”. Gesti che ci sembravano fuori dal tempo, quasi caricaturali, ma che facevano parte della ritualità militare.

Arrivò infine il giorno del giuramento. Tutti i plotoni e le compagnie sfilarono davanti al palco delle autorità militari e civili, con le tribune affollate di parenti, amici e fidanzate. Per me vennero i miei genitori e mia nonna Giulia, e fu una grande emozione vederli. Dopo la cerimonia, che si tenne di domenica, ci fu concessa la libera uscita, e andammo a pranzo insieme vicino a Duino, in una bellissima giornata di sole.

Poco prima del giuramento avevo saputo la mia destinazione: ero assegnato al 63° Battaglione Fanteria d’Arresto “Cagliari”, di stanza a San Lorenzo Isontino, nei pressi di Gorizia. Tutto sommato, non mi era andata per niente male. Diego, invece, fu destinato altrove.

Nella nuova caserma “Federico Colinelli” mi ritrovai con compagni più giovani di me. I laureati erano pochi, perché la maggior parte aveva scelto il corso ufficiali, che io non avevo neppure preso in considerazione perché avrebbe significato restare sotto le armi più a lungo.
Pur essendo un “novellino” ma di indole piuttosto tranquilla, non fui preso di mira dai cosiddetti “nonni”, i soldati prossimi al congedo, riconoscibili dal berretto con il frontalino piegato, la famosa “stupida”. Si rischiava infatti di essere "sbrandati" o vittime di altri scherzi. Il cubo, cioè il letto fatto a regola d'arte – lenzuola a rettangolo con la coperta avvolta sul materasso ripiegato – era uno dei rituali del mattino: il rischio era che i nonni te lo disfacessero subito dopo, facendoti trovare la branda in disordine e costringendoti a rifarlo per evitare la punizione dell’ufficiale di picchetto. A me, per fortuna, non capitò. Probabilmente mi rispettavano anche perché avevo qualche anno in più della maggior parte dei miei commilitoni e riuscivo così a proteggere anche qualche ragazzo più esposto agli scherzi dei compagni.

Rispettavo i miei turni di pulizia, ero presente alle ispezioni del mattino e della sera, e quindi per lo più non avevo fastidi né dai miei commilitoni, né dai graduati.

Molti dei più giovani e i pochi ragazzi laureati faticavano ad adattarsi. Tra i più giovani, vi era anche Simone, di Saonara, ragazzo malinconico e sensibile, che passava spesso le serate in coda davanti alle cabine telefoniche, spendendo montagne di gettoni per parlare con la fidanzata. Bussavano al vetro se si tratteneva troppo, ma lui sembrava non accorgersene. A volte veniva a confidarsi con me, cercando un po’ di conforto.

Nelle camerate, ognuno cercava di costruirsi un piccolo spazio personale. C’era chi ascoltava Luca Carboni, chi gli U2, chi teneva nell'anta interna dell’armadietto la foto della ragazza. Negli armadietti c’erano anche poster di modelle, cartoline e lettere. Ognuno racchiudeva lì un frammento del mondo da cui veniva.

Io fui assegnato all'ufficio Posta e Paghe dove lavorava già anche Simone. La fureria di compagnia gestiva invece le licenze. I nostri capi erano due marescialli, uno più buffo dell’altro, spesso vittime di piccoli scherzi dei nostri commilitoni. Il nostro incarico principale era il “giro posta”.
Ogni giorno, Simone e io ci alternavamo, insieme a un autiere e a un capo macchina, per andare a ritirare e consegnare la corrispondenza. Ci fermavamo all'ufficio postale di San Lorenzo Isontino, dove l’impiegata, ormai, ci conosceva bene. Altre volte portavamo la posta al Comando della Brigata Meccanizzata a Gorizia. Quando si trattava di corrispondenza destinata a ufficiali superiori, bisognava bussare, attendere il permesso, mettersi sull'attenti e facendo il saluto militare. All'inizio ero teso, perché bastava un saluto fatto male per essere segnalati per una punizione, ma poi presi confidenza, e anche alcuni ufficiali iniziarono a riconoscerci e a salutarci con un sorriso.

Lavorare all'Ufficio Posta aveva un grande pregio, vedevamo arrivare le lettere prima di tutti. Ogni giorno qualcuno si affacciava alla finestra chiedendo “C’è posta per me?”. Quello della posta era il momento più atteso. Io stesso ricevevo spesso lettere da Luisa, una cara amica con cui avevo condiviso il lavoro in Federazione. Scriveva con il suo tono ironico e un po’ dissacrante, raccontandomi le vicende della federazione, le novità degli amici comuni, le piccole cose quotidiane. Quelle lettere mi facevano compagnia e alleggerivano il peso della distanza, tanto più che a volte ne ricevevo anche due a settimana. Le leggevo la sera, dopo l’ammainabandiera, in camerata.

Oltre al lavoro d’ufficio, c’erano le esercitazioni. Si andava a sparare o a lanciare bombe a mano sul letto prosciugato del Tagliamento. Erano giornate fuori routine, ma non prive di tensione. Poteva capitare, infatti, che una linguetta non si staccasse o che il lancio fosse troppo corto e allora potevano essere guai…

Quando si era di guardia si “montava” nel tardo pomeriggio, dopo l’ammainabandiera, con la cerimonia del “cambio della guardia”. Da quel momento si era “in servizio di guardia” per 24 ore, cioè fino all'ammainabandiera del giorno successivo.

In quelle 24 ore, il turno effettivo al corpo di guardia era diviso in turni di 2 ore di guardia e 4 di riposo. Durante le ore notturne, ci si alternava di sentinella in servizio armato passando in rassegna e controllando i magazzini, i depositi armi e gli accessi alla caserma. Il giorno seguente, con il nuovo ammainabandiera, si “smontava la guardia” e si veniva sostituiti dal nuovo drappello.

Quando passai da soldato semplice a caporale, e poi a caporalmaggiore, mi ritrovai più volte a guidare il drappello di guardia e vigilare durante le ispezioni notturne con l’ufficiale di picchetto. Tra i sottufficiali ricordo bene il sergente Medda, sardo, militare di carriera per necessità ma dotato di grande umanità; altri, soprattutto i giovani sottotenenti di leva, tendevano invece a essere rigidi, un po’ troppo presi dall'esercitare la loro autorità, a volte verso soldati più grandi di loro.

I mesi scorrevano lenti, con giornate sempre uguali: sveglia, ginnastica, colazione, adunata, alzabandiera, servizio, mensa, servizio, ammainabandiera, rancio e libera uscita oppure il riposo in branda. Ogni tanto andavo a mangiare nella parte vecchia di Gorizia, in osterie dove servivano piatti semplici della cucina slovena e mitteleuropea. Al Kulturni Dom, la Casa della Cultura slovena, proiettavano spesso film d’autore e ricordo ancora con piacere una bella rassegna dedicata al regista Éric Rohmer.

Con le licenze di 36 o 48 ore tornavo ad Abano, spesso dando un passaggio a qualche commilitone che doveva scendere verso Mestre o Padova. Il momento più duro era sempre il rientro della domenica sera: dopo aver cenato con i miei, partivo all'ultimo minuto e correvo lungo l'autostrada fino al bivio di Gonars, verso San Lorenzo Isontino. Quella strada, ormai, la conoscevo a memoria.

Nella primavera del 1988 si avvicinavano le elezioni amministrative ad Abano. Ero ancora segretario di sezione e membro dell’esecutivo provinciale e mi fu proposto di candidarmi. Presentai pertanto la domanda di licenza elettorale, che spettava di diritto a tutti i candidati.

Un giorno, dopo l’adunata, un sottufficiale mi comunicò che ero convocato dal Comandante, il tenente colonnello Bottos, subentrato da poco al precedente. Ufficiale formatosi all'Accademia di Modena, il tenente colonnello Bottos era severo ma noto per la sua correttezza. Entrai nel suo ufficio con un po’ di apprensione, facendo il saluto e mettendomi sull'attenti. Il comandante mi fece cenno di mettermi a riposo e, con calma, premette un tasto su un piccolo registratore posto accanto al telefono. Partì una voce:«Sono l’onorevole C.…». Riconobbi il tono, ma la voce era un’imitazione, anche un po’ grossolana, fatta da Renzo, responsabile della segreteria politica di Verona dell' onorevole C., allora sottosegretario ai Trasporti. La telefonata era partita davvero dall'ufficio dell’onorevole C., e per questo il comandante non poteva sapere che non fosse autentica. Renato, che come me seguiva la segreteria di Padova, ne era stato complice, convinto che quella fosse una maniera per darmi una mano. Io, invece, non ne sapevo assolutamente nulla.

Quando il comandante fermò la registrazione, mi guardò e disse con tono pacato: «Caporalmaggiore, la licenza le spetta di diritto. Non è per questa telefonata che gliela concedo.» E aggiunse «Torni pure alle sue attività, e ci rivediamo dopo la licenza.»
Io ero arrossito ed imbarazzato balbettai "Sissignore, grazie Comandante”, feci il saluto militare, girai sui tacchi e uscii sollevato pensando che l’iniziativa di Renzo e Renato, sebbene in buona fede, avrebbe potuto mettermi in una situazione alquanto spiacevole ed era comunque sbagliata.

Rimasi ad Abano una ventina di giorni per la campagna elettorale. Grazie anche al sostegno del sindaco uscente Nani, fui eletto in consiglio comunale con un buon numero di preferenze. Tornai poi a San Lorenzo Isontino a giugno e mancavano solo poco più di due mesi alla fine della ferma.

Facevo ormai poche guardie e continuavo a lavorare in ufficio. Molti dei compagni conosciuti al momento dell’arrivo si erano già congedati, e noi stessi eravamo diventati “fantasmi”, cioè soldati di leva prossimi al congedo.

Il 17 agosto 1988, dopo l’ultima adunata, mi furono consegnati i gradi e le mostrine da sergente. Mi congedavo così sottufficiale.

Poche settimane dopo, diretto in Ungheria con il mio amico Lallo, passai di nuovo davanti alla caserma di San Lorenzo Isontino. Andammo al Lago Balaton e poi a Budapest, in un Paese ancora parte del blocco orientale, ma dove già si percepiva un clima diverso da quello di Berlino Est dove eravamo stati due anni prima. Certo, si potevano ascoltare le radio austriache che arrivavano a trasmettere fin lì, ma nei controlli alle frontiere si avvertiva quella prudenza rigida, quell'aria di regime che ancora resisteva.

Fu lì che capii davvero che anche sotto le regole a volte ottuse dell’esercito, noi vivevamo in un Paese libero e democratico, e che quella libertà, spesso data per scontata, è un bene senza eguali.

domenica 12 ottobre 2025

Tre settimane a Fujeirah

Tra il deserto e il mare 
 
Nella primavera del 1983 ero immerso nello studio e negli impegni politici. Un giorno, in Federazione, incrociai Maurizio, allora Segretario cittadino, cioè il coordinatore di tutte le sezioni del Comune di Padova. Sapeva che avevo trascorso alcuni mesi in Inghilterra e poi negli Stati Uniti e che quindi me la cavavo con l’inglese. Mi propose di fare da interprete per una ditta di import-export con cui collaborava. Aggiunse che si trattava di una settimana negli Emirati Arabi, precisamente a Fujeirah, per concludere una transazione con una società molto vicina al governo di quell'emirato. 

La proposta mi colse di sorpresa. Ero alla fine dei corsi, con gli esami alle porte, e stavo preparando con particolare attenzione il preappello di Diritto parlamentare. L’idea di un viaggio in Medio Oriente, però, mi attirava. Decisi di parlarne con il professor Mario Patrono, che teneva sia il corso di Diritto costituzionale italiano e comparato che quello di Diritto parlamentare. Con lui avevo un buon rapporto da quando mi ero offerto di fare da interprete in occasione di un seminario di un visiting professor di Oxford. Patrono, che qualche anno più tardi sarebbe entrato a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura, mi accolse nel suo studio mansarda di via Manin. Accettò di interrogarmi fuori appello, registrando poi il voto insieme a quello di Diritto costituzionale a luglio. Durante l’esame, mentre palleggiava con un pallone – tifoso della Roma, diceva che così si rilassava – il professor Patrono mi pose una lunga serie di domande. Avevo studiato con passione Il Parlamento di Andrea Manzella e Il Governo in Parlamento. L’esperienza della V Repubblica francese dello stesso Patrono. Riuscii quindi a rispondere con sicurezza e uscii con un bel 30 e lode. A quel punto non avevo più dubbi e decisi di accettare la proposta di Maurizio. 
 
I primi di maggio partimmo da Venezia e facemmo scalo a Roma, dove incontrammo Piero, titolare della società di import-export. Ci spiegò che si trattava di un cargo in partenza da Napoli con un carico di vestiti, che la Fujairah Trading Company (FTC) avrebbe messo in vendita nell’emirato, e che al ritorno avrebbe dovuto servire da traghetto per riportare a casa per le ferie, in Egitto, molti degli impiegati dell’emirato. Da Roma volammo verso Dubai con AlitaliaEra già notte, ma scesi dalla scaletta dell’aereo ci avvolse un vento caldo. Dopo controlli rapidi, evidentemente eravamo considerati ospiti di riguardo, ci accompagnarono al nuovo Hilton Fujairah Resort, sulla costa. Arrivati in stanza, stanchi per il viaggio, ci addormentammo subito. 
 
All’alba ci svegliò la voce del muezzin. A colazione trovammo un ricco buffet in stile internazionale, ma con tanti frutti esotici che non avevo mai assaggiato. La stessa limousine della sera prima ci portò alla sede della FTC, un edificio moderno vicino agli uffici governativi. Lungo la strada vedevo alternarsi case basse e semplici, strade a tratti ancora sterrate e, qua e là, qualche costruzione in stile occidentale. L’emirato era ancora lontano dallo sviluppo che avrebbero raggiunto in seguito gli Emirati Arabi Uniti. 
 
All’arrivo ci ricevettero Samir, direttore egiziano che indossava una sahariana color carta da zucchero, e Dunia, la giovane segretaria che Piero ribattezzò subito Daiana. Capimmo ben presto la rigida divisione sociale del Paese: la classe dirigente araba, formata spesso da uomini che avevano studiato a Oxford o Cambridge; gli impiegati, quasi tutti egiziani; e la manovalanza, composta da pakistani, indiani e bengalesi soggetti a ritmi di lavoro molto duri. 
 
Dopo un po’ che eravamo negli uffici della Fujeirah Trading Company, arrivò il Presidente della società, vestito con la tradizionale dishdasha bianca e il copricapo, accompagnato da un segretario. Samir ci aveva riferito che era cugino dell’Emiro. La società era molto vicina al governo e aveva un ruolo di rilievo ben oltre l’attività commerciale. Io traducevo le conversazioni a Piero e Maurizio che non conoscevano   l’inglese, mentre i dirigenti arabi lo parlavano con la tipica inflessione della regione. Le trattative furono subito intense: la nave era attesa a giorni, avremmo dovuto allestire uno showroom per verificare la commerciabilità della merce e discutere del nolo per il trasporto degli egiziani. 
 
Alla fine della riunione, il Presidente ci invitò nella sua casa. Era una grande villa bianca e bassa, tutta recintata da un muretto. Seduti per terra attorno a un grande tappeto, con i familiari e alcuni collaboratori, pranzammo con riso, montone e altri piatti tipici. Mangiammo con le mani, lavandoci con l’acqua di una brocca versata in un catino da un domesticoL’ospitalità era calorosa e alla fine arrivò l’immancabile chai karak, il tè nero speziato che sarebbe diventato una presenza costante di ogni incontro. 
 
giorni passavano e la nave tardava a partire. La FTC ci chiese di restare più a lungo e i nostri passaporti vennero trattenuti dal governo. Eravamo ospiti all’Hilton, trattati con ogni comfort, ma non potevamo muoverci liberamente. Era quasi una prigione dorata. Ogni sera cenavamo con aragosta e piatti sontuosi, e di giorno passavamo il tempo tra gli uffici della FTC e la spiaggia dell’Hilton, quasi sempre deserta. 
 
Finalmente il cargo giunse da Napoli. Dopo lo sbarco e le operazioni doganaliallestimmo lo showroom in un temporary shop. Io, con l’aiuto di un giovane pakistano gentile e riservato, mi improvvisai commesso. Le clienti erano soprattutto donne arabe ed egiziane, che sceglievano abiti estivi ampi e sgargianti; per gli uomini c’erano le sahariane prodotte a Napoli. Arrivò persino la televisione locale per promuovere l’iniziativa, con tanto di titoli e numero di telefono in sovrimpressione. Fu quasi una televendita e lo showroom ebbe successo. La merce venne acquistata tutta dalla FTC e un bonifico partì subito per l’Italia. Le trattative per il noleggio della nave non portarono a nulla, perché giudicata inadatta al trasporto passeggeri, ma l’affare principale era concluso. 
 
Prima di partire ci portarono a visitare Dubai, che già allora appariva molto più sviluppata di Fujeirah, con grattacieli che stavano rapidamente sostituendo l’architettura tradizionale. Durante una passeggiata sentii parlare in veneto e mi avvicinai: erano operai della Magrini Galileo di Battaglia Terme, impegnati in lavori negli Emirati. Io approfittai per fare incetta di musicassette occidentali – John Lennon, Billy Joel, Olivia Newton-John – prodotte in Giappone e vendute lì a poco prezzo, oltre a cassette di musica dance araba, e acquistai anche un orologio per mio padre. 
 
Dopo oltre tre settimane ci furono restituiti i passaporti e, salutati calorosamente Samir e Dunia, ci imbarcammo per il ritorno.

Durante il volo, guardando dal finestrino, riconobbi in lontananza le luci di Amman. Più sotto, su un altopiano, si scorgevano postazioni militari e camion parcheggiati, forse carri armati o  altri mezzi dell’esercito. Mi colpì quella presenza silenziosa e un po’ inquietante, che sembrava ricordare quanto fragile fosse l’equilibrio di quelle terre. Poi l’aereo virò verso ovest, e il deserto lasciò spazio al bagliore del Mediterraneo. 

Quel mio primo incontro con il mondo arabo stava finendo. Un’esperienza imprevista e intensa. Qualche anno dopo sarei tornato da quelle parti, in Egitto, ancora per lavoro, ritrovando gli stessi gesti e la stessa ospitalità che avevo scoperto allora, tra il mare e la sabbia di Fujeirah.  

La curva dell’Angelo

È domenica sera. È il 27 dicembre 1992.     Siamo passati a salutare i miei genitori a Monteortone. Non ci siamo  però  fermati a cena, perc...