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domenica 1 giugno 2025

Ermes

 Ciao Ermes,

è raro che io incontri tuo fratello Giancarlo, ma ogni tanto ci scambiamo qualche parola. Di solito era lui a farci avere notizie: il più delle volte a mia mamma, che spesso lo incrociava al bar di Monteortone, quello vicino alle nostre case, mentre beveva il caffè.

Quante volte sono venuto a casa tua, in quel blocco INA proprio di fronte a dove abitavo io. Altre volte, invece, giocavamo a bocce sotto la pergola dietro casa mia, e ricordo quella volta che sei inciampato e hai battuto la fronte su una delle piastrelle con cui mio papà aveva delimitato l’orto. Da allora ti è rimasta una cicatrice che ti faceva sembrare più grande, quasi più adulto. In effetti avevi un anno più di me, e non eravamo in classe insieme alle elementari, ma ci ritrovavamo a servire messa al Santuario di Monteortone, da chierichetti. Preferivamo il turno del sabato per il precetto, così la domenica eravamo liberi. A volte, però, ci assegnavano a messe diverse. Noi, che eravamo inseparabili.

Quanti giochi abbiamo fatto, Ermes. E a volte bastava restare a guardare i più grandi giocare a dama o a scacchi: tuo fratello Giancarlo, mia zia Annalisa, il fratello di Andrea, Roberto... avevano cinque o sei anni più di noi, e ci sembravano già quasi adulti. Spesso eri a casa da solo: i tuoi genitori lavoravano entrambi. Tua mamma, che faceva la sarta, ci mandava insieme a fare la spesa alla "Pastafresca", e lì, ogni volta, facevamo scorta di caramelle e dolciumi.

Tu eri bravo a calcio, giocavi anche nella squadra del Monteortone, sul campetto dietro il patronato. Io, invece, ero una schiappa: al massimo provavo a cavarmela in difesa, nei campetti improvvisati davanti alla nostra stradina, prima che costruissero i condomìni. Oppure nella nostra stessa stradina, dove il muretto dei Garon e casa mia delimitavano la nostra "porta". Ma le partite più belle le abbiamo giocate al mare, quando venivi con noi in macchina fino a Rosolina. Mio papà giocava con noi, e ci dava del filo da torcere: si impegnava come un ragazzo, solo un po' più grande, senza mai risparmiarsi.

Poi vi siete trasferiti alle Giarre. Tuo padre e tuo fratello avevano costruito una casa tutta vostra, grande, luminosa. Siete andati ad abitarci prima che fosse finita del tutto. Quando venivo a trovarti, ci sfidavamo saltando dal balcone ancora in costruzione sulla sabbia del cantiere. Oppure facevamo la lotta in quella che sarebbe diventata la tua spaziosa camera.

Io partivo da Monteortone con la mia bicicletta blu, una Legnano, e pedalavo a perdifiato per quei sette chilometri, tanta era la voglia di venire a trovarti. Tu, nel frattempo, ti eri fatto nuovi amici: una vera e propria banda. Io mi univo a voi cercando di dimostrare di essere all’altezza nelle scorribande nei vivai di Sgaravatti, armati di archi e frecce, inseguendo improbabili prede. E quando faceva caldo, ci buttavamo tutti insieme in una pozza d’acqua formatasi in un’ansa del canale.

Qualche volta i miei genitori mi lasciavano dormire da voi, ed era una festa. Ricordo soprattutto una sera, durante la sagra del paese: dopo cena siamo andati agli autoscontri vicino alla parrocchia. Dagli altoparlanti usciva “Diana”, arrivata lì con vent'anni anni di ritardo, e noi facevamo il verso a Paul Anka urlando a squarciagola “Daianaaa” per farci notare dalle ragazzine delle Giarre.

Poi siamo cresciuti. Abbiamo fatto scuole e percorsi diversi e, inevitabilmente, la vita ci ha separati.

Anni fa ho letto la notizia, quasi per caso, in un trafiletto del giornale locale. Poi mia mamma al telefono me lo ha confermato: meningite da streptococco. Facevi il cuoco in un albergo di Abano, eri diventato molto bravo, avevi lavorato anche all’estero, in Inghilterra.

Ogni tanto mi capita ancora di incontrare tuo fratello. Ma forse per pudore, non parliamo mai di Te. Ci scambiamo notizie dei nostri genitori, e Giancarlo mi dice che vede ancora mia mamma al bar, sempre quello, vicino a casa.

Ciao Ermes. Ci vediamo.

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