Quando restavo a casa a leggere
Da bambino ero piuttosto cagionevole di salute. Prima delle operazioni per tonsille, adenoidi e, più tardi, un’ernia inguinale, mi capitava spesso di rimanere a casa ammalato. Per tirarmi su di morale e tenermi occupato, i miei genitori – e anche qualche amico – mi regalavano libri.
Avevo iniziato a leggere ancora prima delle elementari, per emulare Annalisa, la sorella più giovane di mio padre, con la quale avevo solo pochi anni di differenza. Il primo libro che lessi con continuità fu Le avventure di Pinocchio: Geppetto e il suo burattino, l’iracondo Mastro Ciliegia, il perfido Gatto e la subdola Volpe, il terribile ma in fondo tenero Mangiafuoco, la Fata dai capelli turchini, i conigli becchini, Lucignolo, l’omino di burro alla guida del carro trainato da bambini trasformati in ciuchini, il ventre della balena, il cane Melampo… Personaggi e immagini che mi hanno fatto compagnia a lungo.
Poi arrivarono Le prime novelle lunghe delle edizioni Giunti, e ricordo un lungo fine settimana di pioggia in cui lessi tutto d’un fiato l’edizione integrale de Le mille e una notte basata sui testi originali arabi delle storie di Sherazade.
Passai presto ai difensori degli oppressi: Robin Hood, Thierry La Fronde, D’Artagnan e i Tre Moschettieri. Poi fu il turno dei romanzi storici – Quo Vadis, le biografie di Giulio Cesare e Napoleone – e di quelli con protagonisti che avevano piu o meno la mia età, come Le avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn di Mark Twain, Senza famiglia di Hector Malot, David Copperfield di Charles Dickens. A scuola leggemmo Cuore di Edmondo De Amicis e attraverso gli occhi di Enrico, scoprimmo la vita quotidiana dei suoi compagni di classe, molto diversi tra loro, del loro maestro, il signor Perboni, e delle loro famiglie. Nel libro le vicende dei protagonisti si alternavano con i famosi “racconti mensili” come La piccola vendetta lombarda. Dal piccolo schermo Rita Pavone cantava “La pappa con il pomodoro” e io lessi d'un fiato Il giornalino di Giamburrasca di Vanna.
Dei tanti libri scritti da Jules Verne, in quel periodo della mia infanzia, ho amato Il giro del mondo in ottanta giorni con la incredibile scommessa di Phileas Fogg e soprattutto Michele Strogoff storia di spionaggio e coraggio, ambientata nelle vaste e selvagge terre della Russia asiatica
Uno dei temi che all’epoca mi incuriosiva di più era la storia dei nativi d’America. Da Geronimo, capo degli Apache Chiricahua e la sua lunga lotta di resistenza, a Cavallo Pazzo, Crazy Horse, guerriero degli Oglala Lakota, di cui colpiva la fermezza, e Toro Seduto – Thathanka Iyotake – che guidò la coalizione di Lakota, Cheyenne e Arapaho nella battaglia del Little Bighorn, nel 1876. Anche Davy Crockett, nel romanzo per ragazzi di Gallson, aveva un rapporto di amicizia con Piccolo Falco, della tribù dei Cherokee, con cui da bambino condivideva giochi e valori.
Con Zanna Bianca e Il richiamo della foresta di Jack London, scoprii la frontiera del Grande Nord, del gelo, della sopravvivenza. Mi appassionai alle storie dei protagonisti dei due romanzi, il cane-lupo Zanna Bianca e il mezzo San Bernardo Buck e le loro controverse esperienze con gli uomini, dalla violenza e diffidenza alla fiducia.
Nei pomeriggi estivi, prima di uscire a giocare a biglie, leggevo fumetti. Li compravo usati nei banchetti improvvisati dei ragazzi più grandi. I miei preferiti erano Capitan Miki, il giovane ranger, Comandante Mark e Il Grande Blek – entrambi alle prese con le Giubbe Rosse - Tex Willer, amico dei Navajo, in lotta insieme ai suoi “pards” con banditi e trafficanti d’armi, e Zagor, “Lo Spirito con la Scure", eroe che si batte per la giustizia nella foresta di Darkwood. Ogni copertina era una promessa di avventura.
Con il ritorno a scuola arrivarono letture nuove. Ricordo un libro di narrativa delle medie che mi colpì molto: Anni verdi di A.J. Cronin, con protagonista il giovane Robert Shannon.
Di Cronin ho letto praticamente tutto: La cittadella, Le stelle stanno a guardare, Le chiavi del regno, L’albero di Giuda, La canzone da sei soldi sono tra I titoli piu amati. Ricordo anche le trasposizioni televisive della RAI, ambientate in paesi di minatori, con il medico alter ego dell’autore alle prese con le ingiustizie di quel mondo.
Poi arrivarono gli autori italiani, che hanno contribuito molto anche alla mia formazione. Di Cesare Pavese mi colpirono profondamente La bella estate, Il diavolo in collina e soprattutto Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, una raccolta di poesie che da allora non ho più abbandonato. Con Elio Vittorini – Metello e Il garofano rosso – conobbi una letteratura capace di parlare di lavoro, di politica e inquietudini giovanili. Di Alberto Moravia ricordo Agostino, La disubbidienza e Gli indifferenti come romanzi che seppero parlare al ragazzo che ero: pieno di domande, a volte disorientato, attratto da figure in bilico.
Accanto a loro, gli scrittori mitteleuropei e dell’Est: Joseph Roth con La Cripta dei Cappuccini, Arthur Schnitzler con Signorina Else, Doppio Sogno e Commediola, Sandor Márai con Le Braci e Divorzio a Buda, Irene Némirovsky con Il ballo e il capolavoro postumo Suite francese, Milan Kundera con Lo scherzo, Amori ridicoli e tutti I romanzi del periodo francese. In loro riconoscevo la relazione con una cultura – quella mitteleuropea - che mi appartiene, il declino di un’epoca e l’attenzione alla condizione umana di fronte ai grandi cambiamenti storici e sociali.
Negli anni Ottanta, durante i tre mesi trascorsi in California tra Mariposa, San Francisco e Hollister, scoprii alcuni autori americani che sarebbero poi rimasti sempre con me: Charles Bukowski, Sam Shepard, David Leavitt. Romanzi, racconti e drammi che parlavano di esistenze ai margini, di famiglie travagliate e di assenze.
E poi Jonathan Coe. I suoi romanzi – da La famiglia Winshaw a L’Amore non guasta, da La banda dei brocchi a Circolo chiuso, da La pioggia prima che cada fino a Middle England – racconta(va)no un’Inghilterra attraversata da tensioni politiche e sociali, con uno sguardo lucido, disincantato e spesso ironico sul potere, la memoria, il conformismo.
Il francese Philippe Delerm con i suoi racconti e romanzi – La prima sorsata di birra, Aveva piovuto tutta la domenica, Il Portico, La stagione azzurra e molti altri – che sono sempre stati per me un balsamo per l’anima e fonte di ispirazione.
Ma se c’è uno scrittore che più di ogni altro mi ha accompagnato negli anni è Georges Simenon. Non solo per Maigret, ma soprattutto per I suoi romanzi “duri”. Come pochi altri autori Simenon ha saputo sondare la natura umana, le sue fragilità, i suoi abissi. Penso a L’uomo che guardava passare i treni, Lettera al mio giudice, La camera azzurra, Le finestre di fronte, La morte di Belle, Tre camere a Manhattan. Ne ho letti moltissimi, ma non tutti. E questo mi consola, perché so che potrò ancora immergermi nelle atmosfere dei suoi libri, riconoscermi nei suoi personaggi, nelle loro contraddizioni.
Perché, come spiegava Umberto Eco, leggere è vivere più vite.
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