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domenica 29 giugno 2025

La stagione del tennis

 Racchette, lucciole e pipistrelli

Nel 1976, in Italia, scoppiò la tennis mania. Complice l’anno magico di Adriano Panatta – che in quella stagione vinse gli Internazionali di Roma, il Roland Garros a Parigi e, a dicembre, la controversa finale di Coppa Davis nel Cile di Pinochet, dove lui e Bertolucci giocarono il doppio con la maglietta rossa in omaggio alle madri dei desaparecidos – tutta l’Italia si scoprì appassionata di tennis, di servizi, volée e rovesci.

Anche se erano anni difficili, segnati da tensioni sociali e dal terrorismo, Panatta, ma anche Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli, e tra gli stranieri Vilas, Nastase, poi Borg, Connors e altri, contribuirono a trasformare uno sport fino ad allora elitario in una passione popolare.

Fu così che anch'io comprai la mia prima racchetta, anzi due, perché nel negozio di giocattoli le vendevano in coppia a 3.000 lire: erano poco più che giocattoli, in effetti. Le provai per la prima volta con il mio secondo cugino Luigi, nel capannone agricolo vicino casa sua, che trasformammo in un improbabile campo al coperto.

Ma le prime vere partite – o almeno così le chiamavamo – le improvvisammo con i miei compagni di giochi: Ermes, Andrea, Sandro. Si giocava nelle sere d’estate, nella stradina tra casa mia e le case operaie. Bisognava essere almeno in tre: non tanto per avere un arbitro, quanto perché il terzo teneva teso il nastro che fungeva da rete, legato all'altro capo alla recinzione.

Chi era di turno in quel ruolo aveva anche il compito di avvisare in caso di arrivo di una delle rare automobili: si sospendeva il gioco, si spostava il nastro per far passare il paziente automobilista, e poi si ricominciava. Si giocava dopo cena, alla luce dei lampioni, perché di giorno faceva troppo caldo.

La partita finiva quando cominciavano a volteggiare i pipistrelli, temuti per le loro presunte insidie alle nostre folte capigliature. A quel punto, poggiate le racchette, recuperavamo i barattoli di vetro con i coperchi già forati e un letto d’erba all'interno, pronti ad accogliere le lucciole che avremmo catturato e che ci avrebbero fatto compagnia sul comodino, accanto al letto.

La prima vera racchetta la comprai un paio d’anni dopo: una Spalding con il manico di legno laccato di rosso, i lati e parte dell’ovale bianchi, la scritta Court King su un trapezio blu alla base delle corde, rigorosamente in budello, su cui campeggiava una grande S che, per me, andava benissimo anche come iniziale del mio nome.

Il fodero bianco con la scritta azzurra incorporava l’astuccio delle mie prime tre palline regolamentari.

Con Sandro, che aveva un paio d’anni più di me, iniziarono lunghi duelli sulla terra rossa. Era davvero portato per tutti gli sport: calcio in patronato, basket nella squadra dell’Abano, e il tennis – che giocava soprattutto con me. Ricordo partite interminabili sui campi in terra del tennis club di Abano, ma anche su quelli del Park Hotel, che, quando non usati dai clienti, venivano prenotati anche da noi ragazzi, a un prezzo molto conveniente.

Il tennis è uno sport dove, oltre alla tecnica e al fisico, contano il carattere, la tenuta mentale, la resistenza, la capacità di sacrificio. Sandro era più dotato di me, e quando segnava un punto si esaltava con atteggiamenti alla Jimmy Connors, cosa che spesso mi innervosiva. Ma io lottavo fino all’ultimo, correndo da una parte all’altra del campo, cercando di emulare la tenacia di Ivan Lendl, il campione cecoslovacco che ammiravo per la sua serietà e resistenza.

Nell'estate del 1979, lavorando come washing up alla London Steak House di Blackheath, alle porte di Londra, con il mio amico Filippo giocavamo quasi ogni mattina sui campi in cemento del parco di Greenwich, sognando l’erba di Wimbledon, che non era poi così lontana.

In Inghilterra comprai una bellissima Bancroft che possiedo ancora oggi, e da lì portai come regalo per mio padre una Slazenger nera, con il puma bianco sul manico. Credo mi colpì più l’estetica che altro. Mio padre la provò qualche volta, ma continuò a preferire la sua collaudata Maxima.

Fu proprio lui a farmi giocare come palleggiatore con un cliente dell’albergo dove lavorava. Così mi ritrovai sul campo dell'Hotel Tritone, e per la prima volta non dovevo pagare per praticare il mio sport preferito – anzi, ci scappò anche qualche mancia.

La cosa si ripeté nell’estate del 1980 all’Hotel Fenix di Cavallino, dove – quando non ero alla reception, in sala, o in spiaggia ad aiutare il bagnino – mi trovavano sul campo da tennis a palleggiare con qualche cliente.

Il tennis è forse lo sport che ho praticato di più e che mi ha accompagnato in tante fasi della vita. A esso ricorsi anche per tentare di riconquistare un amore perduto, invitandola a giocare di sera, sotto i riflettori dei nuovi campi di Monteortone.

Io, autodidatta da sempre, mi improvvisai istruttore. Come dice l’adagio: il gioco andò bene, l’amore invece no.

A lezione di tennis ci andai poi io, dopo i trent'anni, con mia moglie Cristina, su suggerimento dell’amica Luisa, brava tennista. Eravamo passati dalle racchette di legno alle modernissime Head in lega. Il mitico maestro Ugolino tentò invano di correggermi: la postura, il servizio... Ma era tardi. Troppi anni passati a giocare per strada, sui campi più improvvisati, avevano lasciato il segno.

L’ultima volta che ho provato a giocare una vera partita sulla terra rossa è stato più di dieci anni fa, su invito dei miei cari colleghi Alberto e Chiara. A cinquant’anni suonati, contro due che si allenavano ogni settimana, capii che il tennis – che per me era sempre stato qualcosa di più di un gioco – non poteva più regalarmi le stesse sensazioni. Diversamente dallo sci – che non ho mai praticato ma di cui seguo con passione ogni gara – il tennis in TV non lo guardo quasi mai. Solo qualche replica delle partite di Sinner, a risultato acquisito. Perché il tennis lo puoi vivere, gioire o soffrire solo sul campo, non guardando un'altra persona giocarlo.

Però, a volte, riprendo la mia vecchia Bancroft di legno e palleggio contro il muro dietro casa, come facevo da ragazzo, sognando le imprese sulla terra rossa di Panatta o di Lendl.

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