Ferragosto e l’amaca di Paperino
Nelle estati della mia infanzia, il 15 agosto non era fatto di pranzi infiniti o grandi riunioni di famiglia. C’era piuttosto il caldo compatto del primo pomeriggio, la strada immobile, e l’attesa di poter uscire a giocare, magari a biglie o con i “quercetti”, i tappi corona trasformati in piccole macchine da corsa.
Prima, però, arrivava il momento di Paperino. Nel silenzio di casa, con le
finestre socchiuse e le cicale di sottofondo, aprivo Topolino e cercavo la
storia di Ferragosto. Bastava la prima vignetta per capire che sarebbe stato un
pomeriggio come tanti altri suoi: un’amaca tesa all’ombra, una bibita
ghiacciata accanto, e la promessa di riposo assoluto. Poi, puntuali, arrivavano
i guai.
Tra quelle che ricordo di più, Paperino e il ponte di Ferragosto, dove si
prepara a una giornata di pace, ma finisce coinvolto in un’infinita serie di
commissioni e malintesi che lo tengono lontano dall’amaca. Oppure Paperino e il
ricevimento di Ferragosto, in cui accetta con entusiasmo un invito a un pranzo
elegante per poi scoprire che dovrà sgobbare in cucina. O ancora Paperino e il
Ferragosto al fresco, dove cerca rifugio in un bosco di montagna per sfuggire
alla calura, salvo trovarsi in mezzo a una rumorosa comitiva di villeggianti.
Nell’estate del 1980, a Cavallino, Ferragosto arrivò nel pieno della stagione
di lavoro all’Hotel Fenix. Le giornate si dividevano tra la reception, la sala
e la spiaggia, dove davo una mano al bagnino. La pausa tra un turno e l’altro
era il momento per aprire un fumetto, e non mancava mai una storia in cui
Paperino si illudeva di trovare pace. Come in Paperino e il Ferragosto a ogni
costo, dove organizza una gita lontano da tutti ma finisce per trasformarsi,
suo malgrado, nella guida di un gruppo di turisti chiassosi.
Negli anni successivi, le pause di Ferragosto si sono ridotte a pochi giorni,
ma per me restano sinonimo di vera “feria di agosto": pomeriggi spensierati, in
cui la lettura di una storia di Paperino — italiana o in tedesco, lingua che
sento mia quanto l’italiano — riporta quella stessa sensazione di allora.
Magari Paperino e i nipotini campeggiatori, in cui il giardino si trasforma in
un campo scout con marce, canti e pentole tintinnanti.
E ogni volta penso: che Ferragosto è senza Paperino e il Ferragosto rovinato?
È un filo sottile che unisce le estati sotto il fico di Sandro, quella a
Cavallino e i brevi stacchi di oggi. Un piccolo rito che, anno dopo anno,
accompagna il mio Ferragosto e gli regala quella leggerezza che solo Paperino
sa dare.
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