Tre ragazzi a Londra
Siamo partiti il 9 giugno del 1979, due giorni dopo il mio
compleanno. Eravamo in tre: Filippo, che era stato mio compagno al Leon
Battista Alberti di Abano nei primi tre anni di scuola superiore, Franco, un
suo amico, e io. Loro due venivano da Montegrotto, io invece abitavo a
Monteortone. Quel giorno, alla stazione di Padova, ci accompagnarono i nostri
genitori. Il viaggio verso Londra fu lungo, quasi infinito.
Tra Parigi e Calais incontrammo un gruppo di ragazze francesi:
una di loro si chiamava Odile.
Fu una compagnia allegra che ci aiutò a stemperare l’attesa della traversata. A
Calais salimmo sul traghetto per Folkestone:
il vento forte, il mare grigio e i controlli all’arrivo ci diedero la
sensazione di entrare in un mondo nuovo.
Arrivati a Londra, scesi a Victoria Station, prendemmo un altro treno da Charing Cross che ci portò a Blackheath, sobborgo a sud-est della città, con
una sua identità distinta. Blackheath
era pur sempre Londra, anche se sembrava quasi un paese a sé, con i suoi parchi
e i suoi negozi.
L’alloggio ci era stato trovato
da una conoscente di Filippo, una signora abruzzese sposata con Dave, un inglese che gestiva un negozio di frutta
e verdura. L’ingresso della nostra nuova abitazione era accanto al negozio, al
civico Tranquil Vale 62.
La casa era su tre piani. Al
piano terra, entrando, sulla destra c’era la cucina che portava a una
lavanderia da cui si accedeva a bagno e doccia. Davanti alla porta d’ingresso
si trovava la scala che saliva al primo piano, dove c’era una stanza
normalmente vuota: quella stessa che, una notte, ospitò due ragazze inglesi
incontrate ubriache. Al secondo piano c’era la nostra stanza, con tre letti -
due affiancati e uno di traverso - e una poltrona.
L’affitto era piuttosto alto:
circa 75 sterline a settimana,
da dividere in tre, quindi 25 sterline a testa. Quando partimmo
pensavamo di avere già un lavoro assicurato, almeno così aveva detto la signora
a Filippo. In realtà scoprimmo subito che non era vero e che dovevamo
cercarcelo. I primi due giorni furono di ansia: per risparmiare mangiavamo
soltanto cornflakes e tè con poco latte, avendo già anticipato la prima
settimana di affitto. Poi, grazie a qualche indicazione, ci presentammo in
alcuni locali e alla fine fummo assunti tutti e tre alla London Steak House, un ristorante elegante di una
catena, in Montpelier Vale.
Filippo, che aveva esperienza
grazie alla pensione dei suoi genitori, “Ai Buoni Amici” a Montegrotto,
fu messo in sala. Io e Franco finimmo in cucina come washing up: lavapiatti e tuttofare. I turni erano
regolari: cinque giorni alla settimana, chiusura fissa il martedì. Io avevo
libero il giovedì, Filippo e Franco rispettivamente lunedì e mercoledì. Si
lavorava dalle 11 alle 15, poi dalle 18 alle 21. Un orario perfetto che ci
lasciava tanto tempo libero.
Al mattino, spesso prima di
andare a lavorare, io e Filippo andavamo a giocare a tennis nei campi in asfalto che si trovavano nel
parco tra Blackheath e Greenwich. Era un rito che ci dava energia e la
sensazione di vivere davvero in quella città.
Il locale era un microcosmo
internazionale. Il manager si chiamava Cornelius
McAdam, scozzese: sembrava severo, ma in fondo era un uomo
buono, e alla fine ci regalò una lettera di referenze bellissima che conservo
ancora. Il deputy-manager era Andy,
giovane, elegante, con i capelli biondi lunghi divisi da una riga in mezzo. La
bartender, Susan, portava
corti capelli castano chiari ed era corteggiata da mezzo staff. In cucina
regnavano i due giamaicani: Barry,
che il sabato arrivava con una radio enorme per ascoltare il cricket, e Mr. Chocho,
con i capelli folti e ricci come quelli di Napo Orso Capo e il grembiule
che non cambiava mai. Una volta, per scherzo, gli spruzzammo sopra del DDT e
lui si infuriò. C’era poi Mike Crozier,
irlandese, e i camerieri spagnoli: Josep,
padre di famiglia, con cui stringemmo amicizia fino a conoscere i suoi figli; e
José, molto meno simpatico,
che raccontava senza pudore le sue imprese sessuali con la moglie. Si aggiunse
anche un cameriere greco, Manolis, allegro, teatrale e dichiaratamente gay: spesso
rientrava in cucina facendo la verticale su una mano e raccogliendo il
tovagliolo con la bocca, tra le risate generali.
Tra i colleghi si accendevano a
volte delle rivalità: Andy e Mike arrivarono persino a una rissa per gelosia
nei confronti di Susan, e noi ci improvvisammo pacieri. Quando non c’era troppa
pressione in cucina, io e Franco aiutavamo con gli antipasti: shrimp cocktails, avocado
cocktails, salmone affumicato. E ci concedevamo panini al burro
d’arachidi o salsa rosa e manciate di peanuts nei tasconi del grembiule.
La paga era di circa 37 sterline
a settimana, sufficiente a coprire l’affitto e qualche uscita.
Nei giorni liberi scoprivamo
Londra. Io, il giovedì, prendevo il treno per Charing Cross e da lì camminavo
fino a Trafalgar Square. Non prendevo quasi mai la Tube, troppo cara. Mi
immergevo nei musei gratuiti: passavo ore alla Tate
Gallery, dove trascorrevo la maggior parte del tempo, ma
visitavo anche il British Museum e
il Victoria and Albert Museum.
Poi i parchi: St. James’s Park,
il mio preferito, Hyde Park con il
laghetto The Serpentine,
dove ascoltavo i concerti della banda musicale che si concludevano sempre con God Save the Queen, e Holland
Park, più raccolto. Conoscevo Londra a piedi, da Piccadilly Circus a Oxford Street, da Soho
a Greenwich.
Un giorno, proprio a Piccadilly
Circus, mi ritrovai in mezzo a una folla enorme: all’Odeon di Leicester
Square c’era la prima del nuovo film di James Bond, Moonraker. Ricordo
la limousine che arrivava tra le urla, e da cui scese Roger Moore, che
ai miei occhi era l’incarnazione del gentleman inglese.
Greenwich era vicinissima: ci andavamo spesso a piedi
attraverso il parco, fino alla Cutty Sark.
A Blackheath, nel prato vicino a casa, il sabato si giocavano interminabili
partite di cricket, che guardavo senza mai riuscire a capirne le regole. A volte
andavo anche a visitare le due chiesette, quella cattolica e quella protestante.
La vita a Blackheath era fatta
anche di piccoli riti: le telefonate dai nostri genitori arrivavano al negozio
di Dave. Lui ci chiamava dalla scala e correvamo giù a rispondere. All’inizio
girava spesso da noi un bambino, un po’ trascurato dai genitori, che
trascorreva diverso tempo in nostra compagnia. Frequentavamo anche la bakery
di due signore anziane che ci presero in simpatia. Quell’estate, insolitamente,
non piovve quasi mai: le due signore se ne lamentavano spesso, preoccupate per
i prati e per i loro giardini. Blackheath, con il suo nome e con l’indirizzo
stesso, Tranquil Vale, ci
appariva davvero tranquilla rispetto alla frenesia del centro di Londra.
Ci furono anche episodi
divertenti. Una sera incontrammo due ragazze inglesi un po’ alticce, avevano
perso l’ultimo treno per Charing Cross e, vedendole in difficoltà, le ospitammo
nella stanza vuota sotto la nostra. Niente conquiste: passarono la notte dormendo
per smaltire la sbornia, mentre noi fantasticavamo invano. Un’altra volta
Filippo bevve troppo e provò a fumare la pipa: finì a vomitare tutta la notte,
e io restai a vegliarlo con il tè.
Rimanemmo a Londra quasi tre
mesi. Verso la fine successe un fatto incredibile: incontrammo per caso in
centro Valeria M.,
professoressa di francese di Filippo, con suo fratello e due amici. Ci
proposero di unirci al loro viaggio a Parigi, e accettammo. Salutammo a
malincuore Londra, non senza rimpianti: Cornelius ci scrisse quella bellissima
lettera di referenze; Josep ci fece conoscere i suoi bambini, che continuarono poi
a scriverci.
Alla partenza pensammo perfino di
portarci via la collezione di lattine messa insieme in tre mesi: più di cento
pezzi stipati in un sacco nero. Ma alla fine la lasciammo a Victoria Station:
impossibile viaggiare così.
A Parigi
ci ospitò l’amico architetto di Valeria: era in vacanza, così potevamo stare
tutti nel suo appartamento. Passeggiammo a lungo per la città, visitammo
diversi musei, e l’ultima sera cantammo a squarciagola per le strade, in
particolare Un giorno credi di Edoardo Bennato. Una notte di leggerezza prima del
definitivo ritorno.
Poi prendemmo il treno e
rientrammo in Italia, in tempo per l’inizio della scuola. Londra e Blackheath
restano nel cuore: per la prima volta avevamo vissuto una lunga esperienza di vita fuori casa.
Negli anni precedenti ero già stato in Germania per lunghi periodi, ma sempre
ospite di amici o parenti; qui invece avevamo abitato da soli, noi tre.
L’amicizia con Filippo ne uscì rafforzata, con Franco invece c’erano a volte
incomprensioni - in tre non è mai semplice - ma è stato comunque un periodo
bellissimo.
Londra 1979, Tranquil Vale 62, resta la mia prima vera lunga
esperienza di vita fuori casa: tre mesi che non ho mai dimenticato.
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