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domenica 7 settembre 2025

Tranquil Vale 62

 Tre ragazzi a Londra

Siamo partiti il 9 giugno del 1979, due giorni dopo il mio compleanno. Eravamo in tre: Filippo, che era stato mio compagno al Leon Battista Alberti di Abano nei primi tre anni di scuola superiore, Franco, un suo amico, e io. Loro due venivano da Montegrotto, io invece abitavo a Monteortone. Quel giorno, alla stazione di Padova, ci accompagnarono i nostri genitori. Il viaggio verso Londra fu lungo, quasi infinito.

Tra Parigi e Calais incontrammo un gruppo di ragazze francesi: una di loro si chiamava Odile. Fu una compagnia allegra che ci aiutò a stemperare l’attesa della traversata. A Calais salimmo sul traghetto per Folkestone: il vento forte, il mare grigio e i controlli all’arrivo ci diedero la sensazione di entrare in un mondo nuovo.

Arrivati a Londra, scesi a Victoria Station, prendemmo un altro treno da Charing Cross che ci portò a Blackheath, sobborgo a sud-est della città, con una sua identità distinta. Blackheath era pur sempre Londra, anche se sembrava quasi un paese a sé, con i suoi parchi e i suoi negozi.

L’alloggio ci era stato trovato da una conoscente di Filippo, una signora abruzzese sposata con Dave, un inglese che gestiva un negozio di frutta e verdura. L’ingresso della nostra nuova abitazione era accanto al negozio, al civico Tranquil Vale 62.

La casa era su tre piani. Al piano terra, entrando, sulla destra c’era la cucina che portava a una lavanderia da cui si accedeva a bagno e doccia. Davanti alla porta d’ingresso si trovava la scala che saliva al primo piano, dove c’era una stanza normalmente vuota: quella stessa che, una notte, ospitò due ragazze inglesi incontrate ubriache. Al secondo piano c’era la nostra stanza, con tre letti - due affiancati e uno di traverso - e una poltrona.

L’affitto era piuttosto alto: circa 75 sterline a settimana, da dividere in tre, quindi 25 sterline a testa. Quando partimmo pensavamo di avere già un lavoro assicurato, almeno così aveva detto la signora a Filippo. In realtà scoprimmo subito che non era vero e che dovevamo cercarcelo. I primi due giorni furono di ansia: per risparmiare mangiavamo soltanto cornflakes e tè con poco latte, avendo già anticipato la prima settimana di affitto. Poi, grazie a qualche indicazione, ci presentammo in alcuni locali e alla fine fummo assunti tutti e tre alla London Steak House, un ristorante elegante di una catena, in Montpelier Vale.

Filippo, che aveva esperienza grazie alla pensione dei suoi genitori, “Ai Buoni Amici” a Montegrotto, fu messo in sala. Io e Franco finimmo in cucina come washing up: lavapiatti e tuttofare. I turni erano regolari: cinque giorni alla settimana, chiusura fissa il martedì. Io avevo libero il giovedì, Filippo e Franco rispettivamente lunedì e mercoledì. Si lavorava dalle 11 alle 15, poi dalle 18 alle 21. Un orario perfetto che ci lasciava tanto tempo libero.

Al mattino, spesso prima di andare a lavorare, io e Filippo andavamo a giocare a tennis nei campi in asfalto che si trovavano nel parco tra Blackheath e Greenwich. Era un rito che ci dava energia e la sensazione di vivere davvero in quella città.

Il locale era un microcosmo internazionale. Il manager si chiamava Cornelius McAdam, scozzese: sembrava severo, ma in fondo era un uomo buono, e alla fine ci regalò una lettera di referenze bellissima che conservo ancora. Il deputy-manager era Andy, giovane, elegante, con i capelli biondi lunghi divisi da una riga in mezzo. La bartender, Susan, portava corti capelli castano chiari ed era corteggiata da mezzo staff. In cucina regnavano i due giamaicani: Barry, che il sabato arrivava con una radio enorme per ascoltare il cricket, e  Mr. Chocho, con i capelli folti e ricci come quelli di Napo Orso Capo e il grembiule che non cambiava mai. Una volta, per scherzo, gli spruzzammo sopra del DDT e lui si infuriò. C’era poi Mike Crozier, irlandese, e i camerieri spagnoli: Josep, padre di famiglia, con cui stringemmo amicizia fino a conoscere i suoi figli; e José, molto meno simpatico, che raccontava senza pudore le sue imprese sessuali con la moglie. Si aggiunse anche un cameriere greco, Manolis, allegro, teatrale e dichiaratamente gay: spesso rientrava in cucina facendo la verticale su una mano e raccogliendo il tovagliolo con la bocca, tra le risate generali.

Tra i colleghi si accendevano a volte delle rivalità: Andy e Mike arrivarono persino a una rissa per gelosia nei confronti di Susan, e noi ci improvvisammo pacieri. Quando non c’era troppa pressione in cucina, io e Franco aiutavamo con gli antipasti: shrimp cocktails, avocado cocktails, salmone affumicato. E ci concedevamo panini al burro d’arachidi o salsa rosa e manciate di peanuts nei tasconi del grembiule. La paga era di circa 37 sterline a settimana, sufficiente a coprire l’affitto e qualche uscita.

Nei giorni liberi scoprivamo Londra. Io, il giovedì, prendevo il treno per Charing Cross e da lì camminavo fino a Trafalgar Square. Non prendevo quasi mai la Tube, troppo cara. Mi immergevo nei musei gratuiti: passavo ore alla Tate Gallery, dove trascorrevo la maggior parte del tempo, ma visitavo anche il British Museum e il Victoria and Albert Museum. Poi i parchi: St. James’s Park, il mio preferito, Hyde Park con il laghetto The Serpentine, dove ascoltavo i concerti della banda musicale che si concludevano sempre con God Save the Queen, e Holland Park, più raccolto. Conoscevo Londra a piedi, da Piccadilly Circus a Oxford Street, da Soho a Greenwich.

Un giorno, proprio a Piccadilly Circus, mi ritrovai in mezzo a una folla enorme: all’Odeon di Leicester Square c’era la prima del nuovo film di James Bond, Moonraker. Ricordo la limousine che arrivava tra le urla, e da cui scese Roger Moore, che ai miei occhi era l’incarnazione del gentleman inglese.

Greenwich era vicinissima: ci andavamo spesso a piedi attraverso il parco, fino alla Cutty Sark. A Blackheath, nel prato vicino a casa, il sabato si giocavano interminabili partite di cricket, che guardavo senza mai riuscire a capirne le regole. A volte andavo anche a visitare le due chiesette, quella cattolica e quella protestante.

La vita a Blackheath era fatta anche di piccoli riti: le telefonate dai nostri genitori arrivavano al negozio di Dave. Lui ci chiamava dalla scala e correvamo giù a rispondere. All’inizio girava spesso da noi un bambino, un po’ trascurato dai genitori, che trascorreva diverso tempo in nostra compagnia. Frequentavamo anche la bakery di due signore anziane che ci presero in simpatia. Quell’estate, insolitamente, non piovve quasi mai: le due signore se ne lamentavano spesso, preoccupate per i prati e per i loro giardini. Blackheath, con il suo nome e con l’indirizzo stesso, Tranquil Vale, ci appariva davvero tranquilla rispetto alla frenesia del centro di Londra.

Ci furono anche episodi divertenti. Una sera incontrammo due ragazze inglesi un po’ alticce, avevano perso l’ultimo treno per Charing Cross e, vedendole in difficoltà, le ospitammo nella stanza vuota sotto la nostra. Niente conquiste: passarono la notte dormendo per smaltire la sbornia, mentre noi fantasticavamo invano. Un’altra volta Filippo bevve troppo e provò a fumare la pipa: finì a vomitare tutta la notte, e io restai a vegliarlo con il tè.

Rimanemmo a Londra quasi tre mesi. Verso la fine successe un fatto incredibile: incontrammo per caso in centro Valeria M., professoressa di francese di Filippo, con suo fratello e due amici. Ci proposero di unirci al loro viaggio a Parigi, e accettammo. Salutammo a malincuore Londra, non senza rimpianti: Cornelius ci scrisse quella bellissima lettera di referenze; Josep ci fece conoscere i suoi bambini, che continuarono poi a scriverci.

Alla partenza pensammo perfino di portarci via la collezione di lattine messa insieme in tre mesi: più di cento pezzi stipati in un sacco nero. Ma alla fine la lasciammo a Victoria Station: impossibile viaggiare così.

A Parigi ci ospitò l’amico architetto di Valeria: era in vacanza, così potevamo stare tutti nel suo appartamento. Passeggiammo a lungo per la città, visitammo diversi musei, e l’ultima sera cantammo a squarciagola per le strade, in particolare Un giorno credi di Edoardo Bennato. Una notte di leggerezza prima del definitivo ritorno.

Poi prendemmo il treno e rientrammo in Italia, in tempo per l’inizio della scuola. Londra e Blackheath restano nel cuore: per la prima volta avevamo vissuto una lunga esperienza di vita fuori casa. Negli anni precedenti ero già stato in Germania per lunghi periodi, ma sempre ospite di amici o parenti; qui invece avevamo abitato da soli, noi tre. L’amicizia con Filippo ne uscì rafforzata, con Franco invece c’erano a volte incomprensioni - in tre non è mai semplice - ma è stato comunque un periodo bellissimo.

Londra 1979, Tranquil Vale 62, resta la mia prima vera lunga esperienza di vita fuori casa: tre mesi che non ho mai dimenticato.

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