Un'estate a Cavallino
Quella del 1980 fu per me un’estate divisa in due. La prima parte la trascorsi in Germania con Paolo, tra Francoforte e altre località, lavorando prima allo Steigenberger Airport Hotel e poi in un ristorante. Ma dovemmo rientrare prima del previsto: Paolo, che pensava di essere stato rimandato in tedesco, scoprì invece di avere il debito in francese e volle concentrarsi su quella lingua.
Così approdai all'Hotel Fenix di Cavallino, vicino al Faro, un albergo per il quale mia madre teneva la corrispondenza in tedesco, come faceva anche per alcuni hotel della zona termale di Abano, dove vivevamo. All'inizio davo una mano soprattutto alla reception. Il capo ricevimento era di origine ladina, di una valle del bellunese, con lunga esperienza. Era simpatico, ma molto diretto e secco nel darmi istruzioni.
Uno dei primi “trucchi del mestiere” che mi insegnò fu come dare la linea telefonica in cabina ai clienti, aggiungendo poi gli scatti nel foglio della maincourante. Non proprio una bella pratica a dire il vero. Su quel registro annotavamo tutte le spese extra rispetto alla pensione completa o alla mezza pensione degli ospiti: consumazioni al bar, in piscina, ore di tennis, servizi in spiaggia. La maincourante era un po’ il mio incubo: ogni sera bisognava far quadrare i conti stanza per stanza, e non di rado rimanevo fino alle dieci per chiudere tutto. Per il resto mi occupavo dell’accoglienza, registravo documenti, consegnavo chiavi, accompagnavo gli ospiti in camera, portavo qualche bagaglio. Davo informazioni, soprattutto in tedesco, visto che molti ospiti arrivavano da Germania, Svizzera e Austria.
Fu proprio lavorando alla reception che conobbi Eveline, una ragazza austriaca di 15 anni. Arrivò un giorno con un sorriso che mi colpì subito: capelli color miele scuro, dolce, non appariscente ma molto carina. Aveva raggiunto la nonna, già nostra ospite da una settimana. Spesso si fermava al banco reception a scambiare due parole con me. Nonna Edeltrude, che aveva colto la nostra simpatia, un giorno, mentre io pensavo di invitare Eveline per una passeggiata dopo il servizio, ci guardò entrambi e disse senza esitazioni che avremmo potuto uscire una sera a ballare. Io, preso alla sprovvista, balbettai un “sì, certo”. Poi però mi resi conto del del problema....non avevo abiti adatti per una serata. Solo la divisa da lavoro - pantaloni, giacca e cravatta neri, camicia bianca - e altrimenti magliette, pantaloncini, espadrillas o scarpe da tennis.
Negli alloggi del personale, uno scantinato con camerate di mattoni a vista e tende al posto delle porte, esposi subito la questione a Ulisse, uno studente universitario dai capelli rossi di Monselice. A cena, attorno al grande tavolo coperto da una tovaglia cerata, lui raccontò del mio appuntamento e del mio problema con i vestiti. Tra camerieri, cuochi e gli altri miei colleghi, scattò una gara di solidarietà: ognuno volle contribuire, nello spirito del “sei tutti noi”. Così, la sera stabilita, mi trovai vestito di tutto punto con camicia, pantaloni e scarpe degni della situazione.
Dopo cena, con il permesso del capo ricevimento, staccai un po’ prima, lasciandogli la maincourante da chiudere. La nonna di Eveline ci accompagnò con il suo Maggiolino Volkswagen alla mitica discoteca “Muretto” di Jesolo. Io non ero e non sono un grande ballerino, ma qualche lento bastò a farci entrare in confidenza, parlare delle nostre vite, degli studi, delle rispettive famiglie. Si creò un bel feeling e, all'uscita dal locale, nell'attesa che arrivasse la nonna a riprenderci, ci scambiammo un bacio dolce, il primo, che ci parve preludio di una storia vera.
I giorni passarono veloci . Tra un turno e l’altro raggiungevo Eveline in spiaggia e il legame cresceva. L’ultimo giorno, in riva al mare, lei scrisse sul mio diario, in tedesco: “Non mi devi dimenticare mai”. Io le risposi, sempre sul diario: “Te lo prometto”. Attaccammo insieme uno scudetto delle figurine Panini con l'emblema dell’Austria.
Il giorno dopo, di buon mattino, nonna e nipote ripartirono per Graz. nelle settimane successive Eveline mi scrisse che il viaggio di ritorno era stato funestato da acquazzoni e temporali: per loro l’estate era finita. Io la rividi solo due anni dopo, a Graz, durante un soggiorno a casa della nonna. Fu in un’uscita alla Waldschwimmbad che capii che nel frattempo aveva iniziato una storia con Helmut, e che le nostre vite, a causa della distanza ,avevano preso strade diverse.
A Cavallino, però, nell'estate del 1980, io pensavo ancora a lei. Per distrarmi mi buttavo sul lavoro, sui libri e sullo studio del francese con un manuale di conversazione per turisti. Ogni martedì andavo a piedi al mercato in paese: tra le bancarelle mi fermavo sempre davanti al furgone delle musicassette, spesso tarocche, e ne compravo una, di musica classica o di cantautori italiani.
Fu proprio lì, sdraiato sulla branda nello scantinato, che il 2 agosto appresi dalla radio della strage alla stazione di Bologna. Quel momento gettò un’ombra indelebile su un’estate altrimenti colma di sole, amore e lavoro.
Il lavoro, anzi, aumentò a fine agosto, quando molti colleghi universitari lasciarono l’hotel per rientrare a casa ed affrontare la sessione autunnale di esami. Io, unico studente delle superiori, mi trovai a coprire più ruoli. Passavo dalla reception alla sala, dove mi toglievo la giacca per sbarazzare i tavoli degli ospiti, alla spiaggia dove il bagnino mi affidava la sistemazione di sdraio e ombrelloni al mattino e alla sera, fino al campo da tennis dove ripulivo le righe e il campo e facevo da sparring partner a qualche cliente che voleva giocare. Erano giornate lunghe, dove cambiavo mansione più volte, ma che mi permisero di entrare davvero nel ritmo della vita d’albergo.
Fu un’estate intensa, in cui imparai molto del mestiere che fino ad allora conoscevo solo dai racconti di mio padre, maître di lungo corso, e dall'esperienza tedesca allo Steigenberger, molto più organizzata e strutturata. Qui, invece, negli alberghi a gestione famigliare delle nostre spiagge, le condizioni erano diverse, talvolta dure per chi ci lavorava tutte le stagioni.
Per me rimane un'esperienza preziosa, con i suoi luoghi, l'amore e le sue emozioni. Un’estate che, ancora oggi, rivivo nel ricordo della spiaggia assolata, nelle voci e nei volti del viavai dell'albergo e in quella leggerezza che ci accompagna da ragazzi.
Nessun commento:
Posta un commento