Cominciai a fantasticare e a sognare la California probabilmente da bambino, leggendo libri sull’epopea western e osservando le foto di cavalli Mustang e Lipizzani che arrivavano a casa nostra dalla zia di mia madre, Vera von Dungern-Dehrn, figlia del barone Otto Wilhelm von Dungern e di Elise van Schreven.
Vera era la seconda di tre sorelle, Irene la maggiore nata nel 1893, Sybille mia nonna nata nel 1911, e lei del 1901. Vera era emigrata negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1973. Oggi riposa nel cimitero di Hollister insieme al marito, Helmut Müller von Holtzendorff. Negli ultimi anni aveva ripreso i contatti epistolari con mia madre Ilona e ci mandava album fotografici di cavalli. Una volta arrivò persino un pacco con due statuine alte una trentina di centimetri, un cavallo baio marrone e un lipizzano bianco, che trovarono subito posto nella libreria del mio letto.
Alle superiori, però, l’America smise di essere soltanto un sogno lontano e iniziò a diventare una possibilità concreta. Oltre a studiare inglese, il sabato e la domenica pomeriggio ascoltavo la radio della base americana di Vicenza, soprattutto American Top 40 e American Top Country. Con il mio amico Francesco, durante l’inverno del 1981, all’ultimo anno di scuola, cominciammo ad accarezzare l’idea di andare davvero negli Stati Uniti dopo la maturità.
Chiesi allora a mia madre di scrivere alle figlie di Vera, Elisabeth e Rose-Marie. La prima a rispondere, in marzo, fu Elisabeth, che nelle lettere da Mariposa si firmava “Lee” Callahan. La corrispondenza si intensificò ed ero io stesso a scrivere a Lee, anche a nome di Francesco, per capire se ci fosse davvero la possibilità di essere ospitati da agosto a ottobre.
Lee ci rispose con il suo pragmatismo californiano. Voleva sapere se pensassimo di studiare, lavorare o semplicemente fare un’esperienza di vita. Ci descriveva la zona dove abitavano, sulle colline non lontano dallo Yosemite, ricordandoci che San Francisco era a centocinquanta miglia, raggiungibile in poche ore, e Los Angeles a trecento. Ci mise anche in contatto con un’altra famiglia. Dopo poco ricevemmo infatti la lettera di Mrs. Josie Fox, madre di quattro figli, che ci scriveva che ci avrebbero ospitato volentieri per un periodo.
Convincemmo i nostri genitori ad acquistare i biglietti al Centro Turistico Studentesco e Giovanile di Padova, che allora aveva la sede in via San Biagio. Erano biglietti di andata e ritorno, prenotati con la data del ritorno aperta per risparmiare. Così, chiusi in bellezza gli esami di maturità e freschi di diploma, mettemmo a punto i dettagli del nostro viaggio.
Dopo gli esami, a luglio, passai quella che sarebbe stata l’ultima vacanza con la mia famiglia a Lucerna, la mia città natale. Poi, a metà agosto, eravamo pronti. Una sera, credo verso le dieci, con la 128 bianca di mio padre partimmo da Monteortone e ci fermammo ad Abano a casa di Francesco. I suoi genitori, Mirella e Renato, ci fecero mille raccomandazioni. Anche i miei erano in apprensione, ma almeno potevano accompagnarci fino in aeroporto.
Per risparmiare avevamo scelto la compagnia di bandiera jugoslava e un itinerario complicato: da Lubiana a Belgrado, da lì a New York e infine a San Francisco. Alla frontiera tra Italia e Jugoslavia ci fu il primo intoppo. I doganieri non capivano come mai io e mia madre avessimo passaporti tedeschi, mio padre e Francesco quelli italiani, e noi ragazzi un visto per gli Stati Uniti. La Jugoslavia non apparteneva al blocco sovietico, ma era un Paese “non allineato” come si diceva allora. Ci fecero parecchie storie, forse sperando che sganciassimo qualcosa, ma mio padre tenne duro e passammo.
A Lubiana, il decollo del vecchio aereo jugoslavo mise a dura prova i nervi di mia madre. Sembrava non riuscisse a staccarsi da terra, ma alla fine prese quota. A Belgrado ci imbarcammo su un aereo più grande, adatto al volo transoceanico. Dopo lo scalo a New York, passata la notte tra film e sonnellini, finalmente atterrammo a San Francisco.
Agli arrivi ci aspettava Lee, con un cartello. Ci salutò senza particolari effusioni e ci fece salire su una classica automobile americana. Attraversammo le highway californiane verso l’entroterra. Era già sera e durante il tragitto ci fermammo in un diner. Concludemmo il nostro primo pasto americano con una porzione abbondante di gelatina ai frutti di bosco. Quando arrivammo a Mariposa era buio e andammo subito a dormire. Il viaggio era durato oltre settantadue ore.
Il giorno dopo cercammo di capire dove fossimo. La casa di legno rialzata rispetto al terreno si trovava in Mark Lee Road, in una zona collinare sopra Mariposa chiamata Mormon Hill. Era difficile muoversi a piedi e così ci facemmo accompagnare in paese. Cercammo l’ufficio postale per spedire un telegramma ai nostri genitori e scoprimmo che si trovava all’interno di un emporio che sembrava uscito dal vecchio West. Anche il centro storico richiamava quell’atmosfera con l’antico tribunale e la prigione in pietra che risalivano alla corsa all’oro. Mariposa era stata davvero l’ultimo avamposto dei cercatori in California, sulle colline che separano la San Joaquin Valley dalle cime della Sierra Nevada. Oggi è conosciuta come la “porta di Yosemite”.
Lee lavorava a una quarantina di miglia da casa. Sua figlia Stacey, mia seconda cugina, d’estate lavorava in un supermercato del paese, ma sognava di diventare attrice e di frequentare l’Actor’s Studio. Passava da una stanza all’altra declamando battute e parti di copione. Il marito di Lee era via per un lungo periodo di lavoro in Texas.
Nei primi giorni Francesco e io non potevamo fare molto. Superato il jet lag, cercavamo di organizzarci e di capire come funzionasse la vita in una casa americana. La famiglia Fox non poteva ospitarci in quel periodo e così restammo da Lee. Scoprimmo il giradischi di Stacey e ascoltammo più volte “The Best of Times” degli Styx, che lei metteva al massimo volume ogni mattina. Visitammo il Mariposa Museum & History Center, che raccontava la storia della corsa all’oro, e nel primo fine settimana Lee ci accompagnò allo Yosemite. Le sequoie giganti del Mariposa Grove ci impressionarono più di tutto.
Dopo circa una settimana capimmo che a Mariposa non c’erano grandi prospettive per noi. Decidemmo di provare con San Francisco, dove Francesco aveva un contatto, Sandro, amico di un nostro amico, il cui fratello gestiva un ristorante. Da Mariposa prendemmo un bus locale fino a Merced e da lì un Greyhound per San Francisco.
Sandro ci venne a prendere alla stazione degli autobus. Subito lo tempestammo di domande e restammo colpiti che guidasse già una grande auto americana pur essendo arrivato da poco. Ci spiegò che nei giorni successivi avrebbe dovuto fare l’esame per la driving licence, il suo primo documento americano. Anche lui era entrato negli Stati Uniti con un visto turistico. Sandro viveva con il fratello in una zona residenziale, nella parte della città.
L’impatto con San Francisco fu straordinario. Non avevamo mai visto una città americana vera, con i suoi grattacieli che si stagliavano sullo skyline, le colline, la baia sull’oceano e il Golden Gate che la dominava. Sandro ci spiegò che non era facile trovare lavoro e senza la Green Card era quasi impossibile. Sandro lavorava nel ristorante del fratello, ma al momento non c’era posto per altri.
Così, dopo aver dormito a casa del fratello, il giorno dopo scendemmo in centro e cominciammo a percorrere le infinite strade della metropoli. Prendemmo come punto di riferimento la Transamerica Pyramid, scoprimmo il Palace of Fine Arts con i suoi padiglioni neoclassici, e ci perdemmo a Chinatown, che ci sembrava un mondo a sé. Nei momenti liberi Sandro ci portò sul Golden Gate e qualche giorno dopo lungo la costa fino a Monterey. Per la prima volta vedemmo l’oceano. Tutto ci sembrava più grande, rispetto alle proporzioni a cui eravamo abituati. San Francisco era una città vivace, variopinta, un intreccio di culture. Mangiammo per la prima volta in ristoranti giapponesi ed entrammo in contatto con quello che era un vero melting pot.
Giravamo la città in lungo e in largo, bussando a tutti i ristoranti italiani di cui Sandro ci aveva dato gli indirizzi o che suo fratello conosceva. Ma niente: la risposta era sempre la stessa, “No Green Card? No Job”. I soldi dei travellers cheques che avevamo cambiato a Mariposa iniziavano a scarseggiare e, nonostante l’ospitalità di Sandro e di suo fratello, la vita era troppo costosa senza almeno un lavoretto.
Così tornammo a Mariposa, ma anche lì non potemmo restare. Era rientrato il marito di Lee, un uomo non molto cordiale, che ci fece capire che non potevano ospitare a lungo due ragazzi della nostra età. Lee allora si offrì di contattare sua sorella Rose-Marie, che abitava a Hollister.
Partimmo con Lee in auto e in un paio d’ore, attraversando la Route 140 e la 152 e passando per Merced, Los Banos e Gilroy, arrivammo a Hollister, in Santa Ana Road 1736. Alla fine di un vialetto trovammo la casa con una piccola azienda annessa – che poi scoprimmo essere di esplosivi - dove vivevano Rose-Marie e il marito Tim Jolly con le due figlie April e Tina. Avremmo conosciuto un’altra California, quella dei ranch e dei grandi allevamenti di cavalli. Forse lì sarebbe stato più facile trovare un lavoro.
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