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sabato 19 luglio 2025

Don Romeo

 

I chierichetti di don Romeo

Molti di quelli che hanno la mia età, da bambini hanno fatto il chierichetto. Tanto più se, tra gli anni Sessanta e Settanta, abitavano – come me – in un piccolo paese: Monteortone, ai piedi di uno dei Colli Euganei, da cui prende il nome.

Il simbolo di Monteortone era – ed è ancora oggi – il santuario dedicato alla Madonna della Salute. E proprio nella nicchia che ospita la fonte d’acqua termale, dove secondo la tradizione un soldato di nome Pietro Falco fu guarito dopo l’apparizione della Madonna e trovò un’immagine lignea raffigurante la Vergine con il Bambino, San Cristoforo e Sant’Antonio Abate, si andava a giocare. Tolta la tonaca, noi ragazzi cercavamo di non farci vedere dai compagni, quando – finite le prove o la messa del sabato – si giocava a nascondino. Oppure, in autunno, da dietro il santuario si salivano le pendici del colle per raccogliere i marroni.

Eravamo più di una dozzina a darci il turno per coprire tutte le messe: da quella di precetto del sabato a quella delle 7.30 della domenica mattina, da quella principale delle 8.45 a quella delle 11.15, infine quella della sera. Alla messa solenne c’erano almeno due chierichetti piccoli e due un po’ più grandi. Bisognava imparare quando suonare il campanello a tre sonagli all’offertorio, quando portare al parroco il vino e l’acqua che accompagnano l’ostia, e durante la comunione avvicinare il piattino ai comunicandi con attenzione e prontezza.

Per noi, il parroco era don Romeo. Lo adoravamo tutti: era simpatico, gentile, e solo raramente severo – magari con chi arrivava in ritardo o si distraeva durante il rito.

Le occasioni più belle erano quelle della Settimana Santa: la lavanda dei piedi (a noi chierichetti), la Via Crucis e la processione di Pasqua o del lunedì dell'Angelo. Per quegli appuntamenti ci si preparava a lungo, con prove nelle settimane precedenti. Quando si diventava più grandi, si aveva il privilegio di indossare la tonaca rossa, quasi cardinalizia, con sopra la veste bianca.

Ma essere chierichetti con don Romeo significava anche molti giochi davanti al sagrato, nel parco e nei campetti del San Marco – la casa per ferie dei salesiani a fianco del santuario – oppure in patronato. Tornando da messa verso casa ci si fermava a comprare dolcetti, i gelati alla meringa o la farina di castagne che, a volte, si gustavano nel cinema del patronato.

Ogni tanto, il foglietto che don Romeo ci faceva recapitare a casa indicava, oltre all’orario della messa assegnata, anche un turno infrasettimanale per la messa del pomeriggio.

Per tenerci uniti, don Romeo organizzava delle gite con il pullmino Volkswagen verde scuro che guidava lui stesso. Per i più grandi, in canonica, organizzava veri e propri tornei di poker a cui partecipava anche lui – ma con in palio solo caramelle e dolcetti. Insomma, eravamo tutti coinvolti.

Tant’è che, nel periodo di preparazione alla Cresima, durante le prove con mio zio Oddone – che doveva farmi da padrino – davanti a Don Romeo, in uno slancio di entusiasmo dissi che mi sarebbe piaciuto diventare prete. Come Roberto, più grande di me, che lo sarebbe diventato davvero, e che in quel periodo era il nostro capo chierichetti.

Ma era, ovviamente, l'entusiasmo di un ragazzino che con don Romeo, il più giovane don Marcello, Roberto – allora diacono – e tutti i ragazzi di Monteortone, Paolo, Antonio, Marco e molti altri, passava momenti di spensieratezza e di allegria.

Don Romeo era un prete come non ne avrei più conosciuti: tollerante, comprensivo, aperto.

Mia madre, arrivata da Berlino passando per la Svizzera, si era ritrovata in quel paesino dove – negli anni Sessanta – le donne vestivano ancora di nero. E, dovendosi convertire al cattolicesimo, aveva finalmente trovato in quel parroco una figura accogliente e comprensiva.

Un giorno, verso fine estate, in paese si sparse la voce che don Romeo se n’era andato. Anzi, si disse che era scappato con una giovane suora della scuola materna: bella e riservata allo stesso tempo.

Di don Romeo e di Gigliola, la giovane suora, si parlò a lungo a Monteortone, poi più nulla. Qualcuno raccontò che faceva il casellante in provincia di Vicenza e che aveva ottenuto la dispensa per sposarsi. All’epoca non sapevo se fosse vero o solo chiacchiera di paese. Ma in cuor mio ho sempre sperato che fosse vero. Ne ebbi conferma anni dopo, grazie a un’intervista in cui Andrea – raccontando la storia di papà Romeo e mamma Gigliola – si definiva “figlio dell’amore”.

A Monteortone, dopo un periodo di supplenza arrivò il nuovo parroco. Don Antonio, così si chiamava, provò a darsi da fare per coinvolgere i parrocchiani e anche noi chierichetti, ma il confronto con don Romeo almeno per noi ragazzi era inevitabile. Don Antonio portò me e Antonino – ormai tra i “grandi” – in gita a Dobbiaco, per coinvolgerci un po’ di più. E in effetti Antonino diventò il nuovo capo chierichetti e cominciò anche a fare le letture durante la messa.

Io invece, con don Antonio, durante una riunione litigai sui temi del divorzio e dell’aborto. E smisi di frequentare la parrocchia.

Anni dopo, a mia madre venne detto che don Antonio non era molto d’accordo che facessi da padrino alla Cresima di mio fratello, perché nel frattempo mi ero impegnato in politica. Ma alla fine si arrese alla determinazione dei miei genitori.

E così feci da padrino alla Cresima di mio fratello Alessio, proprio in quello stesso santuario dove ero cresciuto e dove, in fondo, mi sentivo ancora di casa. Ma mi mancava don Romeo. 
E un prete come lui, anche solo per chiacchierare, non l’ho più trovato.

1 commento:

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