La radio valigia e altra musica
La musica ha sempre giocato un ruolo importante nella mia vita. Verso la fine degli anni ’60 mio padre tornò dagli Stati Uniti, al termine di una stagione sulla nave da crociera Oceanic sulla rotta New York-Nassau, portando con sé una valigia di tessuto stampato scozzese con i bordi neri e che conteneva un vero e proprio impianto stereo portatile. Occupava tutto lo spazio e la forma della valigia; poi lo si poteva montare con quattro gambe avvitabili. Era di legno scuro, con ai lati integrate due casse rivestite di una trama color oro paglierino. Sul davanti c'era uno sportello che, una volta aperto, mostrava un bellissimo giradischi a 33 e 45 giri; il sintonizzatore della radio era posizionato sopra lo sportello, tra le due casse, e con delle manopole, credo oro-argento, si regolavano il volume, le onde lunghe e le onde medie.
Insieme allo stereo, nella valigia c'erano anche dei bellissimi LP, tra cui un'edizione americana oggi rarissima di "Help" dei Beatles, una raccolta di Elvis Presley, un album di Sonny & Cher, a cui si aggiunsero presto raccolte di "Schlager" tedeschi e 45 giri di cantanti e gruppi italiani. Forse la passione per gli impianti stereo nacque allora, tanto che con i miei amici Maurizio e Fabio, poi divenuto elettrotecnico, ci costruivamo delle casse di legno e panforte, inserendo altoparlanti recuperati qua e là, con potenziometri per aumentarne la resa e collegandole a dispositivi ancora mono con cavi e spinotti punto-linea. Le casse erano rivestite di tela di jeans dalla mamma dei miei amici, per farle risultare un po' più simili a quelle che cominciavano a vedersi nei negozi e nelle riviste. In quei pomeriggi passati insieme, tra chiodi, fili e vecchi altoparlanti recuperati chissà dove, c'era il piacere di fare qualcosa con le proprie mani e poi di ascoltare il risultato, anche se imperfetto.
Un Natale, io e Annalisa, mia zia quasi cugina (ci separano solo sei anni), ricevemmo entrambi un modernissimo mangiacassette della Philips e questo mi consentì di collegarli tra loro e duplicare le cassette originali dei miei amici. In particolare, con Sandro, quello che mi batteva spesso a tennis, ascoltavamo Le Orme, la Premiata Forneria Marconi e altre band di progressive rock italiano, e naturalmente Lucio Battisti: l'album "La batteria, il contrabbasso, eccetera" era il più gettonato.
La passione per la musica e per la possibilità di riprodurla era tale che, con un cavetto di uscita cuffie di un piccolo televisore mono collegato al mio mangiacassette, riuscii a registrare un concerto dal vivo di Lucio Dalla al Lido di Camaiore, oggi quasi introvabile. A mio fratello Alex, per la cresima, regalarono una radio stereo con doppia cassetta e da lì in poi le duplicazioni furono infinite. E proprio sull'impianto della radio valigia, un mio compagno italo-francese, Federico, mi fece ascoltare per la prima volta tutti i brani di "Jesus Christ Superstar", una vera e propria scoperta per me. Era una musica completamente nuova rispetto a quanto avevo ascoltato fino ad allora: chitarre elettriche, voci potenti, un'energia diversa, che mi colpì e mi aprì a suoni fino a quel momento sconosciuti.
Alla radio ascoltavamo "Supersonic", che andava in onda sul secondo canale della Rai, uno dei pochi programmi che ci faceva scoprire i suoni underground delle band inglesi e americane e di gruppi italiani, prima dell'epoca delle radio libere. Il mio medico di base, invece, una volta che venne a visitarmi perché ero a casa ammalato, si stupì di vedermi alle prese con un'edizione della Nona Sinfonia di Beethoven con i Berliner Philharmoniker diretti da Ferenc Fricsay. Era la mia prima musicassetta acquistata con i risparmi dei regali di Natale: ce l'ho ancora, con in copertina la fotografia di un gabbiano in volo.
Da allora iniziò quella che è una vera e propria mania di collezionare edizioni musicali di tutti i generi e formati, ma soprattutto di musica classica. Vicino a casa mia, a Monteortone, c'era un fotografo che, tra macchinette e cornici, aveva anche un espositore con musicassette. Lì acquistai della collana "Linea Tre" (si chiamava così perché all'inizio ogni cassetta costava tremila lire) della RCA tutte le altre sinfonie di Beethoven, i concerti per oboe e orchestra di Albinoni, Marcello e Vivaldi con I Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone, i Notturni di Chopin, il Concerto per pianoforte e orchestra KV 467 di Mozart, con in copertina l'immagine iconica dell'attrice che aveva interpretato "Elvira Madigan", di cui il concerto era colonna sonora.
Nel frattempo aumentavano anche i vinili, tra i quali, più avanti nel tempo, un bootleg quadruplo rarissimo con concerti live di Bruce Springsteen e l'album originale del concerto in Central Park di Simon & Garfunkel. Dopo i vinili e le cassette, qualche anno più in là, con i soldi guadagnati lavorando in pizzeria, comprai il primo lettore di CD, della Philips, che collegai all'impianto stereo dei miei genitori, uno Schneider, che nel frattempo aveva preso il posto della radio valigia. Credo che i primi CD che acquistai fossero, curiosamente, colonne sonore, tra cui "La mia Africa" con il bellissimo Concerto per clarinetto KV 622 di Mozart.
Da allora iniziai a collezionare CD: prima le raccolte di musica classica della De Agostini, i CD allegati alle riviste "Amadeus" e "Classic Voice", poi le grandi etichette della classica, dalla Deutsche Grammophon alla Decca, dalla Philips alla Sony, dalla EMI alla Naxos, inseguendo le incisioni delle "Variazioni Goldberg" di Bach, a partire da tutte quelle di Glenn Gould, e quelle delle "Suite per violoncello" sempre di Bach, con tutte le versioni di Mario Brunello e Yo-Yo Ma. Questo collezionismo quasi maniacale mi ha portato oggi a possedere più di cinquemila CD che occupano pareti intere delle mie librerie.
Qualche anno fa però, i miei genitori mi hanno regalato i vinili, o almeno una parte di essi, che suonavano sul giradischi dello stereo da valigia (quella purtroppo non c’è più). Così ho deciso di acquistare un giradischi e l’ho collegato al mio impianto a moduli della Technics, e anche "Help" dei Beatles è tornato a nuova vita. E ogni volta che abbasso la puntina e sento quel leggero fruscio prima che la musica cominci, mi sembra di tornare indietro nel tempo, a quando tutto era nuovo e ogni suono aveva il sapore della scoperta.
Ho letto tutto di un fiato questo amarcord e sono andata a leggere anche gli altri pubblicati in precedenza.Lo stile narrativo diretto, semplice e coinvolgente smuove ciò che era silente e dimenticato nel lettore. Sono riemersi prepotentemente i ricordi della mia gioventù negli anni '60/'70 a Bassano del Grappa. I ritmi della socialità amicale, le letture, i programmi TV dell'adolescenza sono stati simili, credo, per molti bambini delle famiglie piccolo borghesi di quegli anni. I generi erano però separati: i maschi con i maschi, le femmine con le femmine, spesso riuniti in bande contrapposte, ma solo fino ai primi amori. Stavo ore ed ore con le mie amiche del cuore nonché compagne di classe che abitavano nella mia stessa via di appena 250m. Giocavamo con poco o niente su strada a campanon, strega ruba colori, bandiera. In casa a mamma casetta.Il mio primo bambolotto, regalo per i miei 7 anni, l'ho chiamato Luca, come poi il mio secondogenito. Se da sola, giocavo ad ufficio in uno scuro sottoscala arredato con un sgabello e tavolino basso di risulta, su cui c'era posto per la carta e i colori. Vi troneggiava un telefono giocattolo rosso brillante con tastiera e disco di composizione dei numeri e con una musina incorporata in cui raccoglievo le monete da 5 e 10 centesimi di lire. Spendevo le monete più grosse da 50 e 100 lire in caramelle, gomme, sucamara e biberon di liquidi zuccherati di colori improbabili ora vietatissimi. Ma allora eravamo immuni a tutto! Risparmiando, dicevano allora gli adulti, ci si può comprare una casa. Conservo più di un kg di monete ora prive di valore.
RispondiEliminaQuanto ho e abbiamo riso. Ci si voleva davvero bene e si era felici. La bella gioventù. Grazie Stefan, mi hai fatto emozionare.
Cara Luisa, grazie per avere a tua volta condiviso ricordi ed emozioni, il senso di questi racconti è proprio questo. Riconoscersi! Un abbraccio, Stefan
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