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domenica 28 settembre 2025

Siamo noi la California (seconda parte)

Hollister, American Tune 

Il soggiorno a Hollister si rivelò da subito diverso, ma in senso positivo, rispetto alle settimane precedenti. Rosemarie e suo marito Tim furono ospitali e disponibili ad aiutarci nei nostri progetti. Io e Francesco coltivavamo l’idea di trovare un lavoretto lì e, chissà, provare a capire se fosse possibile studiare in California. Il nostro sogno di allora era diventare giornalisti. Anche April, la figlia minore che viveva ancora in casa e frequentava un istituto tecnico, si dimostrò gentile: il primo fine settimana ci invitò al cinema con un’amica per vedere Raiders of the Lost Arkappena uscito nelle sale. 
 
La casa dei Jolly era un tutt’uno con la piccola fabbrica di esplosivi, nella quale Tim riponeva grandi speranze, soprattutto dopo l’elezione a Presidente dell’ex governatore della California, Ronald Reagan. Lunedì sera scoprimmo per la prima volta il fascino del Monday Night Football, seguendo le partite dei San Francisco 49ers e le gesta del giovane quarterback Joe Montanaagli inizi di una carriera che sarebbe divenuta leggendaria con ben quattro vittorie al Super Bowl. 
 
Tim si diede da fare per trovarci un lavoro, il che significava macinare miglia in auto verso i ranch della zona. Dopo tentativi non felici, ci sistemò presso un grande ranch di proprietà di un pilota della Pan Am. Il ranch era vastissimo, con due recinti principali: in uno pascolavano diversi cavalli, nell’altro un solo purosangue scuro, isolato, acquistato per essere avviato alle corse. 
 
Le nostre giornate cominciavano alle cinque e mezza del mattino, con una colazione abbondante a base di pancake con sciroppo d’acero e corn flakes con latte freddo. Poi Francesco ed io salivamo in auto con Tim, ognuno con la propria tazza di caffè lungo e fumante. Il lavoro consisteva soprattutto nel pulire le stalle quando i cavalli erano fuori, spalando letame fino a formare una montagnola accanto alle scuderie poi stendendo paglia fresca. Attorno a mezzogiorno ci fermavamo per un sandwich preparato da Rose, accompagnato da una Pepsi fresca del distributore. Alla radio, in quelle mattine di inizio settembre, passava spesso September Morn di Neil Diamond. 
 
Alternavamo le stalle al carico delle balle di fieno, raccolte da una macchina nei campi adiacenti e da noi sollevate a mano sui camion. Non sapevamo ancora che occorrevano guanti e camicie a maniche lunghe, così il primo giorno tornammo a casa con braccia arrossate e piene di pagliuzze conficcate nella pelle. 
 
Intanto i rancheros addestravano il purosangue. Nei primi giorni gli misero solo le briglie, lui reagì con qualche resistenza; poi tentarono di aggiungere l’imbragatura per il sulky da trotto. Fu allora che l’animale si ribellò: simpennò e poi si lanciò in corsa lungo la pista del ranch. Fece un paio di giri a gran velocità, poi puntò dritto verso le stalle dove noi stavamo lavorando e osservavamo la scena.  Io ero il più vicino alle stalle. «Mettiti davanti al box!», mi urlò uno degli uomini. «Braccia e gambe aperte!» Non ebbi tempo di pensare alle conseguenze: mi piazzai davanti all’ingresso. Il cavallo, vedendomi, scartò di lato e imboccò il viale di uscita, dirigendosi verso la statale. A quel punto un ranchero montò sul pick-up parcheggiato lì vicino, ci fece salire sul cassone e partì all’inseguimento. Raggiunse il cavallo, lo superò e gli tagliò la strada poco prima dell’ingresso in paese. Spaventato, l’animale deviò in un campo, rallentò, poi si fermò a brucare, sfinito. Il ranchero prese il lazo, lo fece roteare e in un attimo lo strinse, con gesto sicuro ma non violento, attorno al collo del cavallo. Poco dopo arrivò un altro pick-up con il trailer: lo caricarono e lo riportarono al ranch. Francesco mi rimproverò per l’incoscienza, ma poi scoppiammo entrambi a ridere. 
 
Le giornate erano dure e al sabato eravamo stanchi, ma la famiglia Jolly non rinunciava a mostrarci la loro California. Un giorno insistettero perché comprassimo un paio di boots californiani; Francesco alla fine cedette e acquistò degli stivali decorati. Ci offrirono anche la loro “specialità”: pizza all’americana con ananas. April ci tempestava di domande sulla vita in Italia, stupita di scoprire che anche noi avessimo televisione e lavastoviglie. Quando dicemmo che abitavamo “near Venice”, la sua ingenua risposta fu: «Is it in Spain or in Greece?» Ci consolammo pensando che anche noi, messi alla prova con la geografia americana, saremmo andati in difficoltà. 
 
Durante un fine settimana ci portarono a visitare l’imponente Hearst Castle a San Simeon, La Cuesta Encantada, già residenza del magnate William Randolph Hearst. La Casa Grande, in stile revival mediterraneo, ci apparve come un miscuglio di lusso e di kitsch: scale monumentali, sale rivestite di legni intagliati, camini gotici provenienti dall’Europa, statue antiche e mobili rinascimentali. Restammo senza parole davanti alle piscine: la Neptune Pool, circondata da colonne e statue romane, e la Roman Pool, rivestita di mosaici blu e oro. Un sogno americano costruito con frammenti di vecchia Europa. 
 
Un’altra volta percorremmo la 17-Mile Drive fino a fermarci al celebre Lone Cypress, il “cipresso solitario” aggrappato a uno sperone roccioso. Uno dei simboli della California, che da più di due secoli resisteva alle intemperie dell’Oceano Pacifico. Al tramonto cenammo in un ristorante di cucina polinesiana affacciato sull’oceano: la vista era davvero mozzafiato, e il rumore delle onde sembrava accompagnare le nostre conversazioni. 
 
Tina, la figlia maggiore, volle mostrarci il campus di Santa Cruz, dove studiava scienze naturali, e dove il suo compagno Brian stava facendo il dottorato. Era settembre 1981: i college universitari si nascondevano tra le sequoie, i dormitori si aprivano su spiazzi erbosi, studenti in bicicletta si incrociavano lungo i sentieri, c’era fermento ovunque. Tina ci mostrò i laboratori, le aule immerse nel verde, i caffè pieni di studenti che discutevano di politica, di musica, di letteratura. Ci sembrava di essere entrati in un film. 
 
Ci informammo sui corsi di scienze sociali, ma capimmo subito che l’impresa era fuori portata: per studenti stranieri i costi erano proibitivi, e ottenere una green card tramite un lavoro nel campus era quasi impossibile. Partecipammo a un piccolo party con tacos e tequila, poi tornammo ad Hollister con un misto di entusiasmo e disillusione. 
 
Col passare dei giorni diventò chiaro che senza residenza, senza un lavoro stabile e senza grandi mezzi economici, per noi non c’era futuro lì. Decidemmo allora di rientrare in Italia. Salutammo la famiglia Jolly e la California senza amarezza, anzi, con il senso di aver vissuto un’esperienza che ci aveva arricchito. 
 
Il viaggio di ritorno fu lungo e movimentato. A New York, in attesa del volo per Belgrado-Lubiana, conoscemmo Aleksandra, una giovane serbo-croata che tornava a casa, a Belgrado, dopo un periodo come ragazza alla pari. Durante il volo, dopo un po’ che eravamo partiti, poiché Francesco si era appisolato, mi spostai e mi sedetti accanto a lei. Aleksandra mi raccontò della sua esperienza, dell’emozione di avere assistito pochi giorni prima al concerto di Simon & Garfunkel a Central Park, e del suo ragazzo che l’aspettava a Belgrado. Con la naturalezza dei vent’anni, parlammo di tutto: delle nostre famiglie, dei nostri amori, dei sogni futuri. Mi insegnò una canzone in serbo-croato, Volim Te, che trascrisse nella mia agendina, che conservo ancora. Ci addormentammo fianco a fianco, e l’hostess ci coprì con una coperta. A Belgrado scese, lasciandomi con un bacio leggero sulla guancia. 
 
A Lubiana proseguimmo fino a Nova Gorica. Sotto una pioggia battente, attraversando il confine, persi la mia cartella con le cassette e il diario di quei mesi. Qualche settimana dopo i carabinieri di Gorizia mi telefonarono: era stata ritrovata. Andai a riprenderla con sollievo, anche se i ricordi erano già impressi nella memoria. 
 
Poche settimane dopo io e Francesco ci iscrivemmo a Scienze Politiche a Padova.  Io seguii anche il corso di giornalismo di Isnenghi e diedi l’esame di diritto pubblico americano, affascinato da quella materia che mi riportava idealmente alla California. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se fossimo rimasti laggiù. Oggi siamo felici della vita che abbiamo costruito qui. 
 
Ma certe sere metto sul giradischi il vinile del concerto di Simon & Garfunkel a Central Park, tenuto pochi giorni prima del nostro ritorno. E la mia canzone preferita resta American Tune. 
 

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